"Non lo so."
"Be', gli hai detto che Estabrook ha cambiato idea? Gli hai detto di lasciarmi in pace?"
"Non ne ho avuto la possibilità," rispose lui, debolmente.
"Allora potrebbe tornare e riprovarci?"
"Come ho già detto, non credo che lo farà."
"Ci ha provato già due volte. Forse è là fuori e sta pensando che la terza sarà più fortunato. C'è qualcosa di... innaturale in lui, Gentle. Come diavolo ha fatto a guarire così presto?"
"Forse non era ferito tanto gravemente come sembrava."
Lei non parve convinta. "Un nome come quello... Non dovrebbe essere difficile rintracciarlo."
"Non lo so, credo che uomini come lui... siano quasi invisibili."
"Marlin saprà cosa fare."
"Buon per lui."
Judith trasse un sospiro profondo. "Però dovrei ringraziarti," disse, e il suo tono fu il più possibile lontano dalla gratitudine.
"Non ti preoccupare," replicò lui. "Sono solo un mercenario. L'ho fatto soltanto per i soldi."
IV
Dalle ombre di un ingresso sulla Settantanovesìma Strada, Pie'oh'pah osservò John Furie Zacharias riemergere dall'edificio, alzarsi il colletto del giubbotto sulla nuca scoperta e scrutare la strada a nord e a sud, in cerca di un taxi. Erano passati molti anni da quando gli occhi dell'assassino avevano conosciuto il piacere che provavano ora, guardandolo. In quell'arco di tempo il mondo era cambiato in molti modi. Ma quell'uomo non sembrava cambiato. Egli era una costante, una costante che la sua stessa smemoratezza esentava da ogni mutamento; sempre nuovo per se stesso, e perciò senza età. Pie lo invidiava. Per Gentle il tempo era un vapore che dissolveva la pena e la conoscenza di se stesso. Per Pie invece il tempo era un sacco in cui ogni giorno, ogni ora, cadeva un'altra pietra, e che gli piegava la spina dorsale fino a farla scricchiolare. E fino a quella notte non aveva osato nutrire alcuna speranza di liberazione. Ma qui, mentre camminava per Park Avenue, c'era un uomo che aveva il potere di rimettere insieme tutte le cose spezzate; forse anche lo spirito ferito di Pie. Anzi, specialmente quello. Fosse stato il caso o l'opera nascosta dell'Imperscrutato ad averli fatti incontrare in quel modo, il fatto che si fossero rivisti aveva sicuramente un significato preciso.
Alcuni minuti prima, terrorizzato dall'entità di ciò che stava per scoprire, Pie aveva cercato di allontanare Gentle e, avendo fallito, era scappato. Ora quel timore gli pareva stupido. Che cosa c'era da temere? Cambiamento? Sarebbe stato il benvenuto. Rivelazione? Anche quella. Morte? Cosa importava a un assassino della morte? Se veniva, veniva; non era un motivo per schivare un'opportunità. Tremò. Faceva freddo, lì nel portone; faceva freddo anche in questo secolo. Specialmente per un animo come il suo, che amava la stagione del disgelo, quando il risorgere dell'energia e del sole rendeva tutto possibile. Fino a quel momento, aveva rinunciato a sperare che potesse mai tornare un momento di rinascita. Era stato obbligato a commettere troppi crimini in questo mondo privo di gioie. Aveva infranto troppi cuori. Lo avevano fatto entrambi, molto probabilmente. E se, per il bene di coloro che avevano reso orfani e angosciati, fossero costretti a cercare quella fonte sfuggente? E se sperare fosse un loro dovere? Allora il suo rifiuto di un incontro, la sua fuga, era solo un altro crimine da mettergli in conto. Quegli anni di solitudine lo avevano reso un codardo? Mai.
Asciugandosi le lacrime, lasciò il portone e seguì la figura che andava scomparendo, osando credere, mentre camminava, che ci sarebbe potuta essere un'altra primavera, seguita da un'estate di riconciliazione.
8
Una volta tornato all'albergo, il primo istinto di Gentle fu di telefonare a Jude. Lei gli aveva già spiegato chiaramente che sentimenti provasse per lui, e il buon senso gli suggeriva di lasciare che quel piccolo dramma finisse nel nulla, ma quella notte Gentle aveva assistito a troppi enigmi per trascurare il proprio disagio e andarsene. Anche se le strade della città erano solide, gli edifici erano numerati e avevano un nome; anche se i viali erano sufficientemente luminosi, perfino di notte, quanto bastava per allontanare l'ambiguità, gli sembrava ancora di trovarsi sulla linea di confine di qualche paese sconosciuto e di correre il pericolo di entrarci senza neanche rendersene conto. E, se lui ci fosse andato, Jude non lo avrebbe forse seguito? Per quanto lei fosse decisa a separare la propria vita dalla sua, rimaneva in Gentle l'oscura sensazione che i loro destini fossero strettamente collegati.
Non aveva alcuna spiegazione logica. La sensazione era un mistero, e i misteri non erano la sua specialità. Era di quelli, dei misteri, che si parlava nelle conversazioni del dopocena quando, incoraggiata dal brandy e dal lume di candela, la gente confessava di essere affascinata da cose cui un'ora prima non avrebbe mai neppure accennato. Sotto quell'influenza egli aveva sentito razionalisti che confessavano la loro devozione all'oroscopo dei giornali; atei che proclamavano di aver ricevuto visite celesti; aveva udito storie di contatti medianici, e dichiarazioni profetiche sul letto di morte. Ma tutto questo era diverso. Era una cosa che stava accadendo a lui, e gli faceva paura.
Alla fine cedette all'ansia. Trovò il numero di Marlin e telefonò all'appartamento. Gli rispose il fidanzatino. Sembrava agitato, e lo divenne ancor più quando Gentle si presentò.
"Non so quale sia il suo dannato gioco..." disse l'uomo.
"Non è un gioco," ribatté Gentle.
"Lei pensi a stare lontano da questo appartamento..."
"Non ho intenzione..."
"... perché se vedo la sua faccia, giuro che..."
"Posso parlare con Jude?"
"Judith non è..."
"Sono all'altro apparecchio," intervenne Jude.
"Judith, metti giù! Tu non devi parlare con questa feccia."
"Calmati, Marlin."
"L'hai sentita Mervin. Calmati."
Marlin sbatté giù il ricevitore.
"Però. È sospettoso," commentò Gentle.
"Pensa che sia tutta opera tua."
"Allora non gli hai detto di Estabrook?"
"No, non ancora."
"Ma tu darai la colpa al mercenario, vero?"
"Senti, mi dispiace per le cose che ho detto. Ero confusa. Se non fosse stato per te forse ora sarei morta."
"Togli pure il forse," disse Gentle. "Il nostro amico Pie faceva sul serio."
"Di sicuro voleva fare qualcosa," replicò lei, "ma non sono convinta si trattasse di un omicidio."
"Stava cercando di strozzarti, Jude."
"Davvero? O cercava soltanto di farmi tacere? Aveva uno sguardo così strano..."
"Credo che dovremmo parlarne di persona," suggerì Gentle. "Perché non te la svigni dal fidanzatino per un drink notturno? Posso venirti a prendere davanti al palazzo. Sarai al sicuro."
"Non credo che sia una buona idea. Devo fare le valigie. Ho deciso di tornare a Londra domani."
"Era già stabilito?"
"No. Ma mi sentirei più al sicuro a casa mia."
"Mervin viene con te?"
"Si chiama Marlin. E no, non viene."
"E proprio uno stupido."
"Senti, è meglio che vada. Grazie per aver pensato a me."
"Non è una fatica," disse lui. "E se tra adesso e domani ti senti sola..."
"Non succederà."
"Non si sa mai. Sono all'Omni. Stanza 103. C'è un letto matrimoniale."
"Allora avrai molto spazio."
"Penserò a te," disse Gentle. Poi fece una pausa e aggiunse: "Sono contento di averti visto."
"Sono contenta che tu sia contento."
"Significa che tu non lo sei?"
"Significa che devo fare la valigia. Buonanotte, Gentle."
"Buonanotte."
"Divertiti."
Gentle fece quel poco di bagagli che doveva fare, poi ordinò una cena leggera: un panino, gelato, bourbon e caffè. Dopo la strada ghiacciata e la fatica, il calore della stanza lo fece sentire torpido. Si spogliò e mangiò la sua cena nudo davanti alla televisione, raccogliendosi le briciole dai peli pubici come fossero pidocchi. Quando arrivò al gelato era troppo stanco per mangiarlo, perciò mandò giù il bourbon che ebbe un effetto immediato e andò a letto, lasciando la televisione accesa nell'altra stanza, con il volume abbassato, ridotto a un mormorio soporifero.
Il suo corpo e il suo cervello stavano facendo cose diverse. Il primo, privo di istruzioni coscienti, respirava, si girava, sudava e digeriva. Il secondo iniziò a sognare. Prima, Manhattan servita su di un vassoio, perfettamente scolpita. Poi, un cameriere che parlava bisbigliando e chiedeva se il signore voleva la notte; e la notte che veniva sotto forma di uno sciroppo di mirtillo, versato dall'alto sopra il vassoio, e cadeva in spire viscose su strade e palazzi. Poi, Gentle che camminava per quelle strade, tra quei palazzi, mano nella mano con un'ombra, la cui compagnia lo rendeva felice, e che si girò a un incrocio e gli pose il dito leggero sul centro della fronte, come si faceva il Mercoledì delle Ceneri.
Il tocco gli piacque, ed egli aprì la bocca per leccare leggermente il palmo della mano dell'ombra. Il dito lo accarezzò nuovamente. Gentle fremette di piacere, augurandosi di poter guardare nell'oscurità e di vedere il viso dell'altro. Mentre si sforzava, aprì gli occhi, e corpo e mente furono nuovamente in sintonia. Era tornato nella sua stanza d'albergo, che era illuminata soltanto dal guizzo della televisione, riflesso nella vernice di una porta socchiusa. Nonostante fosse sveglio, la sensazione persisteva, e oltre a quella egli udì un suono: un sospiro debole che lo eccitò. C'era una donna nella stanza.
"Jude?" disse.
Lei premette il palmo freddo sulla sua bocca aperta, tacitando la domanda come se gli avesse già risposto. Nell'oscurità lui non riusciva a distinguerla, ma ogni dubbio che potesse appartenere al sogno dal quale si era appena risvegliato scomparve non appena la sua mano si spostò dalla bocca al suo petto nudo. Gentle allungò le mani nel buio per prendere quel viso e portarselo alla bocca, felice che il buio nascondesse la sua soddisfazione. Era venuta da lui. Dopo tutti i segnali di rifiuto che aveva dato nell'appartamento - nonostante Marlin, nonostante le strade pericolose, nonostante l'ora, nonostante il loro amaro passato - era venuta, portandogli nel letto il dono del suo corpo.
Anche se non poteva vederla, l'oscurità era una tela nera dove lui la dipinse alla perfezione, con tutta la sua bellezza che lo guardava dall'alto. Le sue mani trovarono le guance perfette dell'altra. Erano più fredde delle dita che si trovavano ora sul suo addome, e lo premevano mentre lei si sollevava su di lui. Ogni loro movimento era caratterizzato da uno squisito sincronismo. Gentle pensò alla sua lingua, e la assaggiò; immaginò il suo seno, e lei gli portò le mani su di esso; sperò che lei parlasse, e lei parlò (oh, se parlò), con parole che egli non avrebbe mai ammesso di voler sentire.
"Dovevo farlo..." gli disse.
"Lo so. Lo so."
"Perdonami..."
"Cosa c'è da perdonare?"
"Non posso stare senza di te, Gentle. Apparteniamo l'una all'altro, come marito e moglie."
Con lei lì, tanto vicina dopo una tale assenza, l'idea del matrimonio non sembrava tanto assurda. Perché non impadronirsene ora, e per sempre?
"Vuoi sposarmi?" mormorò.
"Chiedimelo un'altra notte," replicò lei.
"Te lo sto chiedendo ora."
Lei riportò la mano in quel punto sacro in mezzo alla sua fronte. "Taci!" disse. "Quello che vuoi adesso potresti non volerlo domani..."
Gentle aprì la bocca per dissentire, ma nel percorso dal cervello alla lingua il pensiero si smarrì, distratto dai piccoli movimenti circolari che lei stava facendo sulla sua fronte. Da quel punto sgorgava una calma che si propagava lungo il torace fino alla punta delle dita. Con essa, scomparve il dolore dei suoi lividi. Alzò le mani sulla testa, stirandosi per lasciar scorrere liberamente dentro di sé quella beatitudine. Liberato dai dolori ai quali si era abituato, il suo corpo si sentiva nuovo di zecca; splendeva invisibilmente.
"Voglio essere dentro di te," disse.
"Quanto?"
"Completamente."
Cercò di penetrare l'oscurità e cogliere qualche barlume della sua risposta, ma la sua vista fu un misero esploratore e tornò dall'ignoto priva di notizie. Solo un baluginio dalla televisione, riflesso nella lucentezza dei suoi occhi e stagliato contro l'oscurità vuota, gli dava l'illusione di una lucentezza che le attraversasse il corpo, opalino. Gentle iniziò a sollevarsi, cercando il suo viso, ma lei si stava già muovendo verso i piedi del letto, e dopo qualche istante sentì le sue labbra sul suo stomaco, e poi sulla punta del membro, che lei prese in bocca poco alla volta, giocandoci con la lingua e muovendo la testa, fino a che Gentle pensò di perdere il controllo. La avvertì con un mormorio, lei si fermò e aspettò un poco prima di inghiottirlo di nuovo.
La mancanza di visibilità accresceva l'efficacia del suo tocco. Gentle sentiva ogni movimento della lingua e dei denti su di sé: il suo uccello che la bramosia di lei rendeva ancora più sensibile, nella sua mente si era ingrandito fino ad assumere le dimensioni del corpo: un torso venoso e una testa cieca, che giaceva sul letto del suo stomaco bagnato da un'estremità all'altra, si torceva e fremeva, mentre lei, l'oscurità, lo inghiottiva completamente. Ora lui era soltanto sensazioni, ed era lei che gliele forniva, mentre il suo corpo era reso schiavo dalla beatitudine, incapace di ricordare la sua stessa essenza o di concepire il suo annullamento. Dio, lei sapeva davvero come dargli piacere, aveva cura di non stancare i suoi nervi con gesti ripetitivi, blandiva i suoi succhi che straboccavano dalle cellule, fino a quando non fosse pronto a eiaculare sangue e a morire per opera sua.
Un altro bagliore dietro ai suoi occhi interruppe il flusso delle sensazioni, e lui fu di nuovo intero con il suo uccello di lunghezza media e lei non fu più oscurità, ma un corpo nel quale sembravano pulsare ondate di iridescenza. Sembravano, Gentle lo sapeva. Era, quella, un'illusione dei suoi occhi, desiderosi di vederla. Eppure accadde ancora, e fu una luce sinuosa che la levigava, e che poi scompariva. Illusione o no, accrebbe in lui il desiderio di possederla completamente: le mise le braccia sotto le spalle, sollevandola verso l'alto, allontanandola da sé. Lei si girò sul lato e Gentle allungò un braccio per spogliarla. Ora che era sdraiata sulle lenzuola bianche la sua forma era visibile, anche se vagamente. La donna si mosse, sollevando il corpo al suo tocco.
"Dentro di te..." disse Gentle, frugando attraverso le pieghe umide dei suoi indumenti.
La presenza al suo fianco si era calmata; il suo respiro era tornato regolare. Le scoprì i seni; avvicinò loro la lingua mentre le sue mani si mossero verso la cintura della gonna, scoprendo che si era cambiata per venire da lui, e che indossava dei jeans. Le mani di lei erano sulla cintura, come per resistergli. Ma non era possibile farlo aspettare o resistergli. Le abbassò i jeans sui fianchi, sentendo sotto le mani una pelle tanto morbida da sembrare fluida; tutto il corpo di lei era una curva lenta, un'onda che stava per infrangersi su di lui. Per la prima volta da quando era apparsa lei pronunciò il suo nome, incerta, come se in quell'oscurità dubitasse improvvisamente che Gentle fosse reale.
"Sono qui," replicò lui. "Sempre."
"È questo che vuoi?" chiese lei.
"Certo che sì. Certamente," replicò Gentle, e mise la mano sul suo sesso.
Questa volta l'iridescenza, quando venne, fu quasi una luce, e fissò nella sua testa la magia di quel pube femminile, mentre le dita dell'uomo scivolavano sopra e fra le labbra del sesso di lei. Quando la luce scomparve, lasciando un ultimo bagliore nei suoi occhi ciechi, Gentle venne vagamente distratto da un suono squillante, dapprima lontano ma sempre più vicino a mano a mano che si ripeteva. Il telefono, dannazione! Fece del suo meglio per ignorarlo e, non riuscendoci, allungò la mano verso il comodino, staccò il ricevitore e tornò a lei con un solo movimento sgraziato. Il corpo che aveva sotto di sé era ancora una volta perfettamente immobile. Entrò in lei. Fu come entrare in una guaina di seta. La donna gli mise le mani sul collo, le sue dita erano forti e sollevò leggermente il capo dal letto per accogliere i suoi baci. Anche se le loro bocche erano unite, egli poteva sentirla dire il suo nome: "Gentle? Gentle...?" con lo stesso tono interrogativo di poco prima. Gentle non lasciò che la memoria lo distraesse dal piacere, e si concentrò sul proprio ritmo; movimenti lunghi e lenti. Ricordava che a Jude piaceva che fosse lui a dare il tempo. Al culmine della loro storia, molte volte avevano fatto l'amore dall'alba al tramonto, giocando e stuzzicandosi, fermandosi per fare un bagno in modo da riprendere energia per continuare. Ma questo incontro non aveva nulla a che fare con la leggerezza di quei rapporti. Le dita della donna erano profondamente conficcate nella schiena di Gentle, e a ogni sussulto lo spingevano sempre più dentro. E Gentle udì ancora la voce di lei, offuscata dal velo del suo sfinimento: "Gentle? Ci sei?"
"Ci sono," mormorò lui.
Una nuova ondata di luce stava scendendo su entrambi, e lo sforzo erotico diventava uno sforzo visionario mentre Gentle guardava quel lucore sfiorare la loro pelle, farsi più intenso a ogni spinta.
E lei chiese ancora: "Ci sei?"
Come poteva dubitarne? Non era mai tanto presente come in questi momenti; non aveva mai maggiore comprensione di sé di quando era affondato nell'altro sesso.
"Ci sono," disse.
Ma lei tornò a chiedere, e questa volta, anche se la mente di Gentle era soffocata nella beatitudine, la voce sottile della ragione gli mormorò che non era la sua amante a fare la domanda, ma Una donna al telefono. Gentle aveva sollevato il ricevitore, e quella lei stava tenendo un'arringa alla linea vuota, e chiedeva che lui rispondesse. Gentle si mise in ascolto. Non era possibile confondere quella voce: era Jude. E se Jude era al telefono, chi cazzo stava fottendo lui?
Chiunque fosse l'altra, capì che la finzione era terminata. Spinse con più forza la carne della sua schiena e delle sue natiche verso l'alto, sollevando i fianchi per spingerlo ancora più dentro di sé, stringendo il sesso intorno al suo membro come per impedirgli di lasciarla insoddisfatta. Ma Gentle fu abbastanza padrone di sé da resistere e uscì da lei, mentre il suo cuore batteva a più non posso, imprigionato nella cella del torace.
"Chi diavolo sei?" gridò.
Le mani dell'altra erano ancora su di lui. Il loro calore e le loro richieste, che pochi momenti prima lo avevano così eccitato, ora lo facevano tremare. Gentle la spinse lontano da sé, e cercò di accendere la lampada sul comodino accanto al letto. Approfittando di questo movimento, lei afferrò il suo membro eretto e lo percorse con il palmo della mano. Il suo tocco era così persuasivo che Gentle quasi cedette all'idea di penetrarla nuovamente, dando carta bianca a quella creatura senza nome, e indulgendo nell'oscurità ai più reconditi desideri che fosse in grado di concepire. L'altra stava sostituendo la bocca alla mano, risucchiandolo dentro di sé. Gentle riguadagnò in un attimo l'erezione più totale.
Poi il suono della linea libera raggiunse le sue orecchie. Jude aveva rinunciato a cercare di parlargli. Forse aveva sentito i suoi sospiri, le promesse che stava facendo nell'oscurità. Il pensiero fece nascere in lui un impeto di nuova ira. Afferrò la testa della donna e la allontanò dal proprio grembo. Che cosa gli era preso per mettersi a desiderare una donna che non poteva nemmeno vedere? E che razza di puttana era questa che si offriva in quel modo? Una malata? Una deforme? Una psicopatica? Doveva vedere. Per quanto ripugnante potesse essere, doveva vedere!
Allungò per la seconda volta la mano verso la lampada, e sentì muoversi il letto mentre la strega si accingeva a fuggire. Armeggiando per l'interruttore, finì per staccare la lampada dal piedistallo. Non si ruppe, ma i suoi raggi si diressero verso il soffitto, proiettando nella stanza una luce diafana. Temendo improvvisamente che l'altra lo aggredisse, Gentle si girò senza tentare di raccogliere la lampada, scoprendo che la donna aveva già raccolto i suoi vestiti dal groviglio di lenzuola e stava indietreggiando verso la porta. Gli occhi di Gentle si erano nutriti troppo a lungo di oscurità e di fantasie, e ora, davanti alla solida realtà, erano come stupefatti. Seminascosta nell'ombra, la donna era un impasto di forme mutevoli, la faccia indistinta, il corpo chiazzato, con iridescenze che pulsavano, ora più lente, e che passavano dalla testa ai piedi. L'unico elemento stabile in questo continuo mutamento erano gli occhi, che lo fissavano spietatamente. Gentle si passò la mano dalla fronte al mento nella speranza di liberarsi da quella visione, e in quei pochi secondi la donna aprì la porta per fuggire. Gentle saltò dal letto, ancora deciso a superare il suo stato confusionale e scoprire con chi si era accoppiato per quanto potesse essere amara la scoperta, ma la creatura era già per metà fuori della porta, e l'unico modo per fermarla era di afferrarle un braccio.
Qualunque fosse il maleficio che aveva confuso i suoi sensi, l'inganno si dissolse non appena Gentle toccò quel braccio. Le forme confuse di quel volto si dissolsero come i pezzi di un puzzle tridimensionale, girando e rigirando mentre trovavano il loro posto, nascondendo innumerevoli altre configurazioni inverosimili, orrende, bestiali, abbacinanti dietro l'apparenza di una realtà comprensibile. Conosceva quei tratti, ora che si erano stabilizzati. Ecco i riccioli, che incorniciavano un viso squisitamente simmetrico. Ecco le cicatrici che guarivano a velocità innaturale. Ecco le labbra che ore prima avevano descritto il loro proprietario come niente e nessuno. Era una menzogna! Quel niente aveva almeno due funzioni; assassino e puttana. Quel nessuno aveva un nome.
"Pie'oh'pah."
Gentle lasciò andare il braccio dell'uomo come se fosse infetto. La forma davanti a lui non si ridissolse, cosa di cui Gentle fu felice solo per metà. Quel caos allucinatorio era stato angosciante, ma la cosa solida che nascondeva lo atterriva di più. Qualunque figurazione sessuale avesse formato nell'oscurità - il viso di Judith, il seno di Judith, il ventre, il sesso - erano tutte state illusioni. La creatura con la quale si era accoppiato, e nella quale aveva quasi scaricato le palle, non era nemmeno dello stesso sesso di Judith.
Gentle non era né un ipocrita né un puritano. Il sesso gli piaceva troppo per condannare qualsivoglia espressione di lussuria e, nonostante avesse scoraggiato i corteggiatori omosessuali che aveva attirato, l'aveva fatto per indifferenza e non per repulsione. Perciò lo shock che subiva adesso era alimentato più dall'intensità dell'inganno perpetrato a suo danno che dal sesso dell'ingannatore.
"Che cosa mi hai fatto?" fu tutto quello che riuscì a dire, "Che cosa hai fatto?"
Pie'oh'pah rimase immobile, forse sapendo che la sua nudità era la migliore difesa.
"Volevo guarirti," disse. Sebbene tremasse, c'era musica nella sua voce.
"Mi hai drogato."
"No!" disse Pie.
"Non dire no! Io credevo tu fossi Judith! Mi hai lasciato credere di essere Judith!" Abbassò lo sguardo verso le mani e poi lo alzò verso il corpo solido e magro che aveva davanti a lui. "Ho sentito lei, non te." Ancora, la stessa protesta. "Che cosa mi hai fatto?"
"Ti ho dato quello che volevi," disse Pie.
Gentle non seppe come rispondere. A modo suo, era la verità. Aggrottando le sopracciglia si annusò i palmi, pensando che nel loro sudore potesse esserci una traccia di qualche droga. Ma su di lui c'era solo l'odore del sesso; del calore del letto dietro di lui.
"Ci dormirai su," disse Pie.
"Esci di qui," replicò Gentle. "E se ti avvicinerai ancora a Jude, io giuro... giuro... ti farò a pezzi."
"Sei ossessionato da lei, vero?"
"Non sono cazzi tuoi."
"Ti farà male."
"Chiudi il becco."
"Ti farà male, ti dico."
"Te lo ripeto!" urlò Gentle. "Chiudi il becco!"
"Lei non ti appartiene," fu la risposta.
Le parole suscitarono in Gentle un nuova furia. Allungò le mani verso Pie e lo prese per la gola. Il mucchietto di vestiti cadde dal braccio dell'assassino, lasciandolo nudo. Ma Pie'oh'pah non si difese; sollevò semplicemente le braccia e le poggiò con delicatezza sulle spalle di Gentle. Il gesto infuriò ulteriormente quest'ultimo. Emise una serie di invettive, ma il viso placido davanti a lui accettò sputi e rancore senza batter ciglio. Gentle lo scosse, affondando i pollici nella gola dell'uomo per bloccargli la trachea. Ancora una volta l'altro non cercò di resistere né di lasciarsi cadere a terra, ma rimase davanti al suo aggressore come un santo in attesa del martirio.
Alla fine, senza fiato per la rabbia e lo sforzo, Gentle allentò la presa e gettò Pie all'indietro, allontanandosi dalla creatura con un barlume superstizioso negli occhi. Perché l'individuo non aveva reagito, o non era crollato? Tutto avrebbe tollerato, ma non questa passività nauseante.
"Esci," gli intimò Gentle.
Pie rimase immobile, osservandolo con occhi indulgenti.
"Vuoi uscire?" ripeté Gentle, più dolcemente, e questa volta il martire rispose.
"Se lo desideri."
Osservò Pie'oh'pah raccogliere i vestiti sparsi. L'indomani tutta quella storia si sarebbe chiarita nella sua mente, pensò. Avrebbe rimosso questo delirio dal suo organismo, e questi avvenimenti -Jude, l'inseguimento, il tentato stupro di cui era stato vittima da parte dell'assassino - sarebbero stati una storia da raccontare a Klein, Clem e Taylor una volta tornato a Londra. Si sarebbero divertiti. Conscio di essere più nudo dell'altro uomo, si girò verso il letto e prese un lenzuolo per coprirsi.
Ci fu un momento strano in cui, sapendo che il bastardo era ancora nella stanza e lo stava osservando, tutto ciò che riuscì a fare fu di aspettare che uscisse. Strano, perché gli ricordò altri commiati in camera da letto: lenzuola aggrovigliate, sudore che si raffreddava, confusione e senso di colpa tenevano a bada gli sguardi. Restò a lungo in attesa, e finalmente udì la porta che si chiudeva. Anche allora non si girò, ma ascoltò i rumori della stanza per essere sicuro che ci fosse un solo respiro: il suo. Quando guardò finalmente indietro, e vide che Pie'oh'pah era andato, avvolse il lenzuolo attorno a sé come una toga, nascondendosi dall'assenza nella stanza, che lo fissava, troppo somigliante a un riflesso per la sua tranquillità d'animo. Poi chiuse la porta della suite e andò a tentoni nuovamente verso il letto, ascoltando la sua povera testa drogata che si lamentava come la linea muta del telefono.
9
I
Oscar Esmond Godolphin recitava sempre una piccola preghiera in lode della democrazia quando, dopo uno dei suoi viaggi nei Domini, ritornava sul suolo inglese. Per quanto fossero straordinarie quelle visite e per quanto egli fosse il benvenuto nei diversi Kesparates di Yzordderrex, la città-stato rappresentava un'autocrazia del tipo più estremo, i cui eccessi facevano apparire ben misere le repressioni del paese nel quale era nato. Specialmente in questi ultimi tempi. Anche il suo grande amico e socio in affari nel Secondo Dominio, Hebbert Nuits-St-Georges, chiamato Peccable da quanti lo conoscevano bene, un mercante che aveva ricavato profitti sostanziosi dai superstiziosi e dagli afflitti del Secondo Dominio, non mancava mai di far notare che l'ordine su Yzordderrex era meno stabile giorno dopo giorno e aggiungeva che avrebbe presto portato la sua famiglia lontano dalla città, anzi completamente fuori dal Dominio, e trovato una nuova casa dove non dovesse più sentire l'odore di corpi bruciati quando apriva le finestre, al mattino. Per ora, erano soltanto discorsi. Godolphin conosceva Peccable abbastanza bene da essere sicuro che, fino a quando non avesse finito la sua scorta di idoli, reliquie e gingilli del Quinto, e non avesse più potuto guadagnarvi altro denaro, sarebbe rimasto. E dato che era Godolphin stesso a fornire quegli oggetti - per la maggior parte semplici ammennicoli terrestri, ricercati nei Domini per via della loro provenienza - e dato che non avrebbe smesso fin quando la febbre del collezionismo non l'avesse abbandonato e lui avesse potuto cambiare quegli articoli con manufatti dall'Imagica, il commercio di Peccable sarebbe fiorito. Era un traffico di talismani, e nessuno dei due se ne sarebbe stancato tanto presto.
Né Godolphin si stancava di essere un inglese nella meno inglese delle città. Nella piccola ma influente cerchia che frequentava veniva immediatamente riconosciuto. Era un uomo grosso in ogni senso: alto e con una pancia vistosa; bellicoso quando amorevole, cordiale negli altri casi, A cinquantadue anni aveva già da tempo trovato il suo stile, e vi si sentiva a suo agio. Sì, nascondeva il suo secondo e terzo mento sotto una barba grigio-marrone che soltanto la figlia maggiore di Peccable, Hoi Polloi, sapeva tagliare a dovere. Sì, tentava di apparire un po' più colto indossando occhiali con montatura d'argento, troppo piccoli per il suo viso largo, ma che erano, pensava, ancora più professorali perché non lo abbellivano. Ma erano trucchetti di poco conto. Gli servivano per rendersi ancora più appariscente, cosa che gli piaceva. Portava corti i capelli diradati, e lunghi i colletti, preferendo indossare una gran varietà di tweed su camicie a strisce; sempre una cravatta; invariabilmente un panciotto. Il tutto rappresentava uno spettacolo difficile da ignorare, e questo gli andava benissimo. Niente poteva compiacerlo quanto sentirsi dire che era chiacchierato. E solitamente con molto affetto.
Adesso, però, non c'era sul suo viso alcuna traccia di compiacimento, mentre usciva dal luogo della Riconciliazione - conosciuto eufemisticamente come il Rifugio - e trovava Dowd appollaiato su un bastone trasformabile in sgabello a pochi metri dalla porta d'ingresso. Era primo pomeriggio, ma il sole era già basso nel cielo, l'aria gelida quanto il benvenuto di Dowd. Era quasi abbastanza per fargli fare dietrofront e tornare a Yzordderrex, rivoluzione o no.
"Qualcosa mi dice che non mi stai portando notizie effervescenti" disse.
Dowd si alzò con la sua solita teatralità. "Temo che lei abbia assolutamente ragione," ammise.
"Lasciami indovinare: il governo è caduto. La casa è bruciata." La sua faccia si rabbuiò. "Non mio fratello?" chiese. "Non Charlie?" Cercò di leggere il viso di Dowd. "Cosa: morto? Un potente attacco alle coronarie. Quando è stato il funerale?"
"No, è vivo. Ma il problema ha a che fare con lui."
"È sempre andata così. Sempre. Vuoi andare a prendere le mie cose nella Follia? Non c'è nulla che morda là dentro."
Dowd era rimasto fuori dal Rifugio per tutto il tempo in cui aveva aspettato Godolphin (tre noiosi giorni), anche se entrando si sarebbe in qualche modo protetto dal freddo intenso. Non che il suo organismo fosse sensibile a simili disagi, ma egli si riteneva un animo empatico, e il periodo trascorso sulla terra lo aveva abituato a percepire il freddo sia pure come puro concetto intellettuale, anche se non fisico. Qualsiasi altro posto, però, tranne il Rifugio. Non solo qui erano morti molti esoterici (ed egli non amava la vicinanza della morte, tranne quando veniva inflitta da lui), ma il Rifugio era anche un punto di passaggio tra il Quinto Dominio e gli altri quattro, inclusa naturalmente la casa dalla quale era perpetuamente esiliato. Essere così vicino alla porta oltre cui si trovava la sua casa, e dover sottostare agli incantesimi del suo primo padrone Joshua Godolphin, che gli impedivano di aprire quella porta, era doloroso. Meglio il freddo.
Comunque, non avendo scelta, entrò. Il Rifugio era stato costruito in stile neoclassico: dodici colonne di marmo sostenevano una cupola che avrebbe richiesto qualche decorazione, ma non ne possedeva alcuna. La semplicità del tutto conferiva solennità all'edificio, e una certa funzionalità che gli si addiceva. Dopotutto, era poco più di una stazione, costruita per servire innumerevoli passeggeri e ora usata da un solo viaggiatore. Sul pavimento, posti nel mezzo del mosaico elaborato che sembrava essere l'unica concessione dell'edificio alla decorazione ma che era in effetti la prova del suo vero scopo, si trovavano i pacchi di manufatti che Godolphin riportava dai suoi viaggi, accuratamente imballati da Hoi Polloi Nuits-St-Georges, con i nodi incrostati da ceralacca scarlatta. Giocherellare con la cera era l'ultimo divertimento della ragazza, e Dowd la maledisse, dato che poi toccava a lui scartare quei tesori. Si avvicinò al centro del mosaico con passo leggero. Quello era un terreno insidioso, e lui non si fidava. Ma pochi momenti più tardi emerse con il suo carico, scoprendo che Godolphin stava già uscendo dalla macchia che nascondeva il Rifugio sia dalla casa (ovviamente vuota; in rovina) sia da eventuali spie che si trovassero, per caso, a sbirciare oltre il muro. Dowd trasse un respiro profondo e seguì il suo padrone, sapendo che la spiegazione che avrebbe dovuto dargli non sarebbe stata per nulla facile.
II
"E così mi hanno convocato?" chiese Oscar, mentre ritornavano a Londra in auto, nel traffico intenso dell'imbrunire. "Bene, lasciamoli aspettare."
"Non intende dire loro che è qui?"
"Lo farò quando farà comodo a me, non a loro. Questo è un pasticcio, Dowd. Un orribile pasticcio."
"Mi ha detto dì aiutare Estabrook se ne avesse avuto bisogno."
"Aiutarlo ad assumere un assassino... Non era quello che avevo in mente."
"Chant era molto discreto."
"Immagino che sia la morte a renderti così. Hai davvero trasformato l'intera faccenda in un bel casino."
"Protesto," disse Dowd. "Che cos'altro potevo fare? Lei sapeva che voleva la donna morta, e se ne è lavato le mani."
"È tutto vero," disse Godolphin. "Ma lei è morta?"
"Non credo. Ho guardato su tutti i giornali, ma non ne parlano."
"Ma allora perché hai fatto uccidere Chant?"
Dowd fu più cauto in questa parte del racconto. Se avesse detto troppo poco, Godolphin avrebbe sospettato che nascondeva qualcosa. Se avesse detto troppo, i retroscena sarebbero divenuti evidenti. Più il suo datore di lavoro avesse ignorato il valore delle poste in gioco, meglio sarebbe stato. Diede due spiegazioni, che aveva già preparato per l'occorrenza:
"Per prima cosa, era più inaffidabile di quanto pensassi. Ubriaco e piagnucoloso per la metà del tempo. E credo che sapesse più di quanto sia bene per lei e per suo fratello. Avrebbe potuto scoprire qualcosa sui suoi viaggi."
"Invece adesso è la Società a sospettare."
"È una sfortuna che le cose siano andate a finire così."
"Sfortuna un cazzo. È un vero casino, ecco cos'è."
"Mi dispiace molto."
"So che ti dispiace, Dowdy," disse Oscar. "Il punto è, dove troviamo un capro espiatorio?"
"Suo fratello?"
"Forse," replicò Godolphin, nascondendo astutamente il grado di favore che un tale suggerimento trovava in lui.
"Quando dovrei dire loro che lei è tornato?" domandò Dowd.
"Quando avrò inventato una bugia in cui io stesso riesca a credere," fu la risposta.
Tornato nella casa in Regent's Park Road, Oscar sostò a studiare i resoconti dei giornali sulla morte di Chant, prima di ritirarsi nella sua casa dei tesori, al terzo piano, con i suoi manufatti e con le molte cose a cui pensare. Da una parte il suo desiderio maggiore era uscire da questo Dominio una volta per sempre; andare a Yzordderrex e iniziare un commercio con Peccable; sposare Hoi Polloi nonostante i suoi occhi storti; avere una nidiata di bambini e ritirarsi sulle Colline della Nuvola Consapevole, nel Terzo, ad allevare pappagalli. Ma sapeva che prima o poi l'Inghilterra gli sarebbe mancata, e un uomo nostalgico poteva diventare crudele. Avrebbe finito col picchiare sua moglie, tiranneggiare i suoi figli, mangiarsi i pappagalli. Perciò, dato che avrebbe sempre dovuto rimettere piede in Inghilterra, foss'anche soltanto durante la stagione di cricket, e dato che fino a quando avesse mantenuto qui un piede avrebbe dovuto avere a che fare con la Società, doveva affrontare i soci.
Chiuse la porta della stanza dei tesori, si sedette nel mezzo della sua collezione, e aspettò l'ispirazione. Gli scaffali attorno a lui, che arrivavano fino al soffitto, si erano imbarcati sotto il peso dei suoi tesori. Lì erano raccolti oggetti che provenivano dai confini del Secondo Dominio fino a quelli del Quarto. Gli bastava sceglierne uno per essere trasportato indietro nel tempo e nel luogo del suo acquisto. La Statua dell'Etook Ha'chiit, per esempio, per la quale aveva contrattato a lungo in una piccola città chiamata Slew, che ora, purtroppo, era ridotta a un cumulo di rovine, e i cui cittadini erano diventati vittime di una rappresaglia a causa di una canzone, scritta nel dialetto della loro comunità, che insinuava che al Dittatore di Yzorderrex mancassero i testicoli.
Un altro dei suoi tesori, il settimo volume dell'Enciclopedia dei Segni Celesti di Gaud Maybellome, scritta originariamente nella lingua degli accademici del Terzo Dominio, ma in seguito ampiamente tradotta per il diletto del proletariato, che aveva comprato nella città di Jassick da una donna incontrata in una sala da gioco dove stava cercando di spiegare il cricket a un gruppo di autoctoni, e gli aveva detto di averlo riconosciuto dalle descrizioni fatte da suo marito (che era nell'esercito del Dittatore a Yzordderrex).
"Lei è il maschio inglese," gli aveva detto, e a lui non era parso il caso di negare.
Poi gli aveva mostrato il libro: un volume davvero molto raro. Quelle pagine non avevano mai smesso di affascinarlo, in quanto l'intenzione di Maybellome era di compilare un'enciclopedia che elencasse tutta la flora, la fauna, le lingue, le scienze, le idee, le prospettive morali che avevano trovato modo di trasferirsi dal Quinto Dominio, il Luogo della Roccia Squisita, agli altri mondi. Era un compito difficilissimo, e lei era morta proprio mentre iniziava il diciannovesimo volume, senza che si riuscisse ancora a ipotizzare una conclusione, ma anche il volume in possesso di Godolphin già era sufficiente a garantire che Gaud Maybellome avrebbe continuato nella sua opera fino alla morte. Era un tomo bizzarro, quasi surreale. Se anche soltanto la metà delle cose descritte era vera, o quasi vera, la Terra aveva condizionato quasi ogni aspetto dei mondi da cui era divisa. La fauna, ad esempio. Nel volume erano elencati innumerevoli animali che Maybellome affermava essere originari dall'altro mondo, cioè della Terra. Alcuni lo erano in modo evidente: la zebra, il coccodrillo, il cane. Altri erano un misto di elementi genetici, in parte terrestri in parte no. Ma molte di quelle specie (che nel libro erano raffigurate come se fossero fuggite da un bestiario medioevale) erano talmente bizzarre da far dubitare della loro esistenza. Ora, ad esempio, c'erano lupi grandi come una mano e con ali da canarino. Ora un elefante che viveva in una gigantesca conchiglia. E ancora un verme letterato, che scriveva presagi con il suo sottilissimo corpo, lungo quasi un chilometro. Meraviglie su meraviglie. A Godolphin bastava prendere in mano l'Enciclopedia per sentirsi pronto a rimettersi gli stivali e ripartire per i Domini.
Ciò che risultava evidente anche da una rapida occhiata al libro, era quanto il Dominio non riconciliato avesse influenzato gli altri. Le lingue della terra - inglese, italiano, indostano e cinese in particolare - erano conosciute con qualche variante ovunque, anche se pareva che il Dittatore - giunto al potere nella confusione seguita al fallimento della Riconciliazione - preferisse l'inglese, che era ora la lingua corrente preferita quasi dappertutto. Dare nome a un figlio con una parola inglese veniva considerato di buon auspicio, anche se poi non veniva quasi affatto considerato il significato della parola. Ad esempio Hoi Polloi; e questo era uno dei nomi meno strani tra le migliaia che Godolphin aveva sentito.
Godolphin era lusingato perché riteneva di essere in piccola parte responsabile di tali felici bizzarrie, considerando che nel corso degli anni aveva portato ogni tipo di influenza da tutta la Roccia Squisita. C'era una vera e propria fame di giornali e riviste (letture solitamente preferite ai libri) ed aveva sentito di gente di Patashoqua che battezzava i bambini infilando uno spillo in una copia del Times di Londra e imponendo al neonato le prime tre parole che trafiggeva, per quanto la combinazione potesse risultare poco musicale. Ma lui non era l'unico a portare l'influenza della Terra nei Domini. Non era stato lui a portare il coccodrillo, o la zebra, o il cane (anche se avrebbe potuto avanzare pretese sul pappagallo). No, dalla Terra verso i Domini c'erano sempre state molte strade oltre al Rifugio. Alcune erano state senza dubbio aperte da Maestri ed esoterici, in ogni tipo di cultura, all'esplicito scopo di passare da un mondo all'altro. Altre probabilmente erano state aperte per caso, ed erano forse rimaste aperte, nei luoghi ritenuti abitati dagli spiriti sacri, e che la gente rifuggiva o proteggeva ossessivamente. Altri ancora, una piccola parte, erano stati creati ad arte da altri Domini, allo scopo di ottenere l'accesso al paradiso della Roccia Squisita.
In un luogo simile, vicinissimo alle mura dell'Iahmandhas nel Terzo Dominio, Godolphin aveva acquistato il pezzo più sacro della sua collezione: una Coppa Boston, completa delle sue quarantun pietre colorate. Sebbene non l'avesse mai usata, la coppa era secondo l'opinione generale lo strumento di profezia più perfetto nei mondi, e ora - seduto tra i suoi tesori, con la sensazione crescente che gli eventi terrestri degli ultimi giorni stessero preparando qualcosa - Godolphin la prese dal suo posto d'onore, nello scaffale più alto, la scartò e la pose sul tavolo. Poi prese le pietre dal loro sacchetto e le mise sul fondo della coppa. A dire il vero, l'affare all'inizio non era parso particolarmente promettente: la Coppa somigliava a un utensile da cucina, una semplice terracotta, grande quanto bastava per sbatterci le uova per un paio di soufflé. Le pietre erano più variopinte, con dimensioni e forme diverse che andavano da piccoli sassolini piatti a sfere perfette, grandi quanto un bulbo oculare.
Sistemate le pietre, Godolphin fu colto da un dubbio: credeva effettivamente nelle profezie? E, se sì, era saggio conoscere il futuro? Forse no. Da qualche parte, prima o poi, sarebbe spuntata la morte. Soltanto i Maestri e le divinità vivevano per sempre, e sapendo quando la sua vita sarebbe terminata, un uomo poteva amareggiarsi e spezzarne l'equilibrio. Ma se invece avesse trovato nella Coppa qualche indicazione riguardo al modo di trattare la Società? In questo caso si sarebbe tolto un peso non indifferente dalle spalle.
"Su, coraggio," si disse, e pose il dito medio di ciascuna mano sul bordo, come gli aveva insegnato Peccable, che un tempo aveva posseduto una Coppa simile, distrutta poi dalla moglie durante un litigio familiare.
Al principio non accadde nulla, ma Peccable lo aveva avvertito che solitamente le Coppe avevano bisogno di un po' di tempo per "scaldarsi". Godolphin attese a lungo. Il primo segno di attività furono degli strani rumori provenienti dal fondo della Coppa, proprio mentre le pietre iniziarono a muoversi l'una contro l'altra, e il secondo fu un odore decisamente acido che si levò colpendo le sue cavità sinusali; il terzo, e più sorprendente, fu il fatto che le pietre si misero improvvisamente a rimbalzare prima da sole, poi in coppia all'interno della Coppa, e che alcune saltarono addirittura oltre il bordo. La loro temerarietà si accrebbe con il movimento, fino a che tutte e quarantuno cominciarono a muoversi con violenza, con tanta violenza che la Coppa cominciò a vibrare a sua volta sul tavolo, e Oscar dovette tenerla ferma per evitare che si capovolgesse. Le pietre gli colpirono le dita e le nocche con forza eccezionale, ma il dolore fu mitigato da ciò che accadde in seguito: con la loro velocità e il loro movimento le svariate forme multicolori iniziarono a descrivere immagini nell'aria.
Come in tutte le profezie, i segni erano nell'occhio dell'osservatore e, probabilmente, un'altra persona avrebbe intravisto nella visione confusa forme assai diverse. Ma ciò che Godolphin vide gli parve assai chiaro. Il Rifugio, seminascosto nella macchia. Poi lui stesso, in piedi al centro del mosaico, di ritorno da Yzordderrex o forse in procinto di ripartire. Le immagini durarono pochissimo prima di cambiare: il Rifugio demolito nella tempesta di pietre e una nuova struttura che emergeva nel vortice, la Torre della Tabula Rasa. Godolphin fissò gli occhi sulle immagini della profezia con nuova determinazione, costringendosi a non sbattere le palpebre per essere sicuro di non perdere nulla. Dopo aver mostrato la Torre dall'esterno, la visione passò all'interno. Eccoli, i saggi, seduti attorno al tavolo in meditazione sul loro dovere divino. Che accozzaglia di fannulloni e piagnoni! Non uno di loro sarebbe stato in grado di sopravvivere per un'ora soltanto nei vicoli di Yzordderrex Est, pensò Oscar, nella zona del porto, dove anche i gatti avevano un pappone. Poi vide se stesso entrare nell'immagine, e fare o dire qualcosa che faceva sobbalzare dalle sedie gli uomini e le donne davanti a lui, Lionel compreso.
"Che significa?" mormorò Oscar.
Tutti avevano la faccia contorta. Stavano ridendo? Che cosa aveva fatto? Aveva raccontato una barzelletta? Aveva scoreggiato? Studiò l'immagine profetica più da vicino. No, non c'era divertimento sui loro visi. Era orrore.
"Signore?"
La voce di Dowd da dietro la porta interruppe la sua concentrazione. Oscar staccò per pochi secondi lo sguardo dalla Coppa e disse: "Vattene."
Ma Dowd aveva notizie urgenti. "C'è McGann al telefono," disse.
"Digli che non sai dove sono," sbuffò Oscar, tornando con lo sguardo alla Coppa.
Qualche cosa di terribile era accaduto nell'arco di tempo in cui aveva distolto lo sguardo. L'orrore permaneva sui visi di quella gente, ma per qualche motivo lui era scomparso dalla scena. Lo avevano liquidato in quattro e quattr'otto? Dio, era lì, morto, per terra? Forse. C'era qualcosa che brillava sul tavolo, qualcosa come sangue versato.
"Signore!"
"Vai a fare in culo, Dowdy."
"Sanno che lei è qui, signore."
Lo sapevano, certo. La casa era sorvegliata, e loro sapevano.
"Va bene," disse. "Digli che scendo subito."
"Cosa ha detto, signore?"
Oscar alzò la voce per sovrastare il frastuono dei sassi, distogliendo nuovamente lo sguardo, stavolta più volentieri: "Fatti dire dov'è. Lo richiamerò."
Riportò nuovamente lo sguardo sulla Coppa, ma la sua concentrazione era svanita, ed egli non fu più in grado di interpretare le immagini nascoste nel movimento delle pietre. Tranne una. Mentre la velocità delle pietre diminuiva, gli parve di cogliere nella confusione dei colori - molto fugacemente - un viso di donna. Forse il suo sostituto al tavolo della Società; o forse il suo boia.
III
Prima di parlare con McGann aveva bisogno di un drink, e Dowd, premuroso come sempre, gli aveva già preparato un whisky e soda, ma Oscar vi rinunziò per paura di mettersi a parlare troppo. Paradossalmente, ciò che gli era stato parzialmente rivelato dalla Coppa Boston lo aiutò in quella conversazione. Messo alle strette, rispose comunque con distacco quasi patologico: era una delle sue caratteristiche più inglesi. Perciò non era mai stato più freddo o controllato di adesso, mentre diceva a McGann che sì, era stato davvero in viaggio, e che no, non erano affari della Società sapere dove fosse stato e perché. Sì, ovviamente gli avrebbe fatto molto piacere partecipare a una riunione alla Torre il giorno seguente, ma McGann si rendeva conto (o gli importava?) che l'indomani era la vigilia di Natale?
"Non perdo mai la Messa di Mezzanotte a St Martin's-in-the-Field," gli disse Oscar, "perciò apprezzerei vivamente se la riunione potesse essere conclusa in tempo per permettermi di arrivare lì e trovare un posto a sedere da cui si possa veder bene."
Disse tutto ciò senza alcun tremito nella voce. McGann tentò di fare pressioni per sapere dove fosse stato negli ultimi giorni, e Oscar chiese cosa diavolo gliene importasse.
"Io non faccio domande sulle tue questioni private, giusto?" disse, in tono lievemente offeso. "Né, d'altro canto, sto a spiare quando vai o vieni. Non biascicare, McGann. Tu non ti fidi di me e io non mi fido di te. Approfitterò dell'incontro di domani per discutere la privacy dei membri della Società, e per ricordare all'assemblea che il nome Godolphin è uno dei pilastri della Società stessa."
"Un motivo in più perché tu sia sincero," disse McGann.
"Sarò assolutamente sincero," fu la risposta di Oscar. "Avrete ampie prove della mia innocenza;" Solo in quel momento, avendo vinto la battaglia dell'intelligenza, accettò il whisky e soda che Dowd gli aveva preparato.
Mentre parlava, fece un silenzioso brindisi a Dowd, e sorseggiò il liquore sapendo che prima dell'alba del giorno di Natale sarebbe stato versato del sangue. Per quanto macabra fosse questa prospettiva, non c'era modo di evitarla.
Quando riattaccò la cornetta disse a Dowd: "Credo che domani indosserò il completo spigato. E una camicia a tinta unita. Bianca. Colletto inamidato."
"E la cravatta?" chiese Dowd, sostituendo il bicchiere vuoto di Dowd con uno pieno.
"Andrò direttamente alla Messa di Mezzanotte," disse Oscar.
"Allora nera."
"Nera."
10
I
Il pomeriggio del giorno successivo all'apparizione dell'assassino nell'appartamento di Marlin, una tormenta di neve si abbatté con violenza su New York, cospirando con l'inevitabile ressa stagionale a rendere difficile il reperimento di un volo per l'Inghilterra. Ma Jude non desisteva facilmente, soprattutto se si era messa in testa un obiettivo; ed era sicura - nonostante le proteste di Marlin - che lasciare Manhattan fosse la cosa più sensata da fare. Aveva buone ragioni. L'assassino aveva attentato due volte alla sua vita. Era ancora in libertà. Fino a quando fosse rimasta a New York, sarebbe stata in pericolo. Ma anche se non fosse stato così (e c'era una parte di lei disposta ancora a credere che la seconda volta l'aggressore fosse venuto per spiegare o scusarsi) avrebbe trovato comunque un pretesto per tornare in Inghilterra, soltanto per allontanarsi da Marlin. Le sue effusioni erano diventate nauseanti, i suoi discorsi mielosi come i dialoghi dei film natalizi in televisione, ogni suo sguardo sdolcinato. S'era mostrato affetto da quella malattia sin dall'inizio, naturalmente, ma era peggiorato dalla visita dell'assassino, e l'intolleranza di Judith per quelle caratteristiche, rafforzata com'era dall'incontro con Gentle, era salita alle stelle.
La sera precedente, dopo aver riattaccato, si era pentita del comportamento nei confronti di Gentle e dopo un discorso col cuore in mano, durante il quale aveva detto a Marlin di voler tornare in Inghilterra, e lui aveva risposto che tutto le sarebbe sembrato diverso la mattina seguente perché non prendeva una pastiglia e non si sdraiava? Judith aveva deciso di richiamare Gentle. Ormai Marlin dormiva profondamente. La donna si alzò dal letto, attraversò il salotto, accese una sola lampada e fece la telefonata. Sembrava una cosa fatta di nascosto, e in qualche modo lo era. Marlin non era stato contento di sapere che uno degli ex innamorati di Judith aveva cercato di fare l'eroe nel suo stesso appartamento, e lo sarebbe stato ancor meno scoprendola mentre cercava di mettersi in contatto con Gentle alle due del mattino. Judith non aveva ancora capito che cosa fosse successo quando le avevano passato la sua camera. Il ricevitore era stato alzato, e poi fatto cadere, lasciandola ad ascoltare Gentle che faceva l'amore. Anziché riattaccare immediatamente, lei era rimasta ad ascoltare, quasi sperando di poter partecipare a quell'avventura. Alla fine, non riuscendo a strappare Gentle alla sua attività, aveva messo giù la cornetta ed era tornata, di pessimo umore, nel suo letto freddo.
Lui aveva richiamato il giorno seguente, e aveva risposto Marlin, Judith lasciò che Marlin dicesse a Gentle che, se mai lo avesse visto ancora aggirarsi nell'edificio, lo avrebbe fatto arrestare per complicità in tentato omicidio.
"Che cosa ha detto?" chiese poi Judith quando la conversazione fu terminata.
"Non molto. Sembrava ubriaco."
Non avevano discusso ulteriormente della cosa. Marlin era già abbastanza imbronciato da quando lei, a colazione, aveva annunciato che era ancora dell'idea di tornare in Inghilterra il giorno stesso. Marlin aveva chiesto più volte: perché? C'era qualcosa che poteva fare per farla sentire più a suo agio? Altre serrature alle porte? La promessa che non si sarebbe staccato dal suo fianco? Naturalmente nessuna di queste proposte le aveva infuso nuova voglia di rimanere. Era stata costretta a ripetergli almeno una dozzina di volte che era un ospite perfetto, e che non doveva prenderla come una cosa personale, ma lei voleva tornare a casa, nella sua città, dove si sarebbe sentita più protetta dall'assassino. Marlin si offrì allora di partire con lei, affinché non dovesse tornare da sola in una casa vuota, e a quel punto - avendo esaurito tutte le frasi gentili e la pazienza - Judith dovette dirgli che era proprio così che voleva stare: da sola.
E così eccola qui, dopo una lenta processione in coda verso l'aeroporto Kennedy, dopo un ritardo di cinque ore alla partenza e un volo nel quale s'era ritrovata incastrata tra una suora che pregava ad alta voce a ogni vuoto d'aria e un bambino che sentiva l'irrefrenabile bisogno di muoversi in continuazione. Sola, padrona di se stessa, in un appartamento deserto, la Vigilia di Natale.
II
Il dipìnto in quattro stili diversi era lì ad attenderlo quando Gentle entrò nello studio. Il suo ritorno era stato ritardato dalla stessa tormenta che, dopo aver quasi impedito a Judith di lasciare Manhattan, aveva quasi compromesso i termini di consegna del lavoro imposti da Klein. Ma durante il viaggio i pensieri di Gentle non si erano concentrati sui suoi affari con Klein più di una volta: erano stati più che altro rivolti al suo incontro con l'assassino. Qualunque cosa Pie'oh'pah avesse fatto al suo organismo, il giorno dopo non ne era rimasta traccia - gli occhi funzionavano normalmente, e si sentiva abbastanza lucido da occuparsi degli aspetti pratici della partenza -, ma i ricordi di ciò che aveva vissuto erano ancora ben vivi. Sonnecchiando sull'aereo gli parve di sentire la levigatezza del viso dell'assassino sulla punta delle dita, la massa scompigliata dei capelli, che aveva creduto appartenessero a Judith, sul dorso della mano. Poteva ancora sentire l'odore della pelle umida, e il peso del corpo di Pie'oh'pah sui suoi fianchi, tanto realisticamente che ebbe un'erezione alquanto evidente, sufficiente ad attirare lo sguardo di una delle hostess. Pensò che forse avrebbe dovuto mettere delle sensazioni nuove tra questi ricordi e la loro origine; scacciarla via; purificarsi sudando. Il pensiero lo consolò. Quando si riassopì e i ricordi tornarono, non li combatté, sapendo che, una volta in Inghilterra, avrebbe avuto modo di rimuoverli.
Adesso era seduto di fronte al dipinto in quattro stili diversi, e scorreva l'agenda alla ricerca di una partner per la notte. Fece un paio di telefonate, ma si accorse che non poteva scegliere momento peggiore per organizzarsi un'avventura. I mariti erano a casa; le riunioni di famiglia stavano per cominciare. Era fuori tempo.
Alla fine parlò con Klein, che dopo numerose profferte accettò le sue scuse, e gli disse che ci sarebbe stata una festa da Taylor e Clem il giorno seguente dove lui - ne era sicuro - sarebbe stato il benvenuto se non avesse avuto altri impegni.
"Tutti dicono che sarà l'ultima di Taylor," aggiunse Chester. "So che gli farebbe piacere vederti."
"Immagino che allora dovrei andare," disse Gentle.
"Dovresti. E molto malato. Ha avuto la polmonite, e ora ha il cancro. Ti è sempre stato molto affezionato, lo sai."
L'associazione fece sì che alle orecchie di Gentle quel sentimento suonasse come un'altra malattia. Però non fece commenti, prese accordi per andare a prendere Klein la sera dopo e riattaccò, profondamente depresso. Sapeva che Taylor aveva la piaga, ma non si era reso conto che la gente gli stesse contando i giorni. Che tempi orribili. Dovunque guardasse, le cose erano in disfacimento. Sembrava esserci solo buio nel suo futuro, un'oscurità piena di forme indistinte e sguardi pietosi. L'era di Pie'oh'pah, forse. L'era dell'assassino.
Non dormì, nonostante fosse stanco, ma rimase alzato fino a tardi per studiare qualcosa che in precedenza aveva messo da parte come una fantasiosa assurdità: l'ultima lettera di Chant. Quando l'aveva letta la prima volta, sull'aereo per New York, gli era sembrata un ridicolo sfogo. Ma da allora c'erano stati momenti strani, che avevano messo Gentle in una disposizione più favorevole ad approfondire quelle frasi. Le pagine che alcuni giorni prima erano parse prive di senso vennero ora lette attentamente, nella speranza che potessero rivelare qualche traccia, celata negli eccessi fantasiosi della prosa stravagante e quasi priva di punteggiatura di Chant, che avrebbe potuto aiutarlo a capire gli avvenimenti. Chi era, ad esempio, questo Hapexamendios che Estabrook, su esortazione di Chant, avrebbe dovuto pregare e glorificare? Si mise a seguire la pista dei sinonimi. L'Imperscrutato. L'Originario. Il Viaggiatore. E qual era il grande piano di cui Chant si augurava, nelle sue ultime ore, di fare parte?
"SONO pronto a morire in questo DOMINIO - aveva scritto - se so che l'Imperscrutato mi ha usato come Suo STRUMENTO. Gloria a HAPEXAMENDIOS. Perché lui era nel Luogo della Roccia Squisita, e ha lasciato i suoi figli a SOFFRIRE qui e io ho sofferto qui e HO TERMINATO di soffrire."
Almeno quello era vero. L'uomo sapeva che la sua morte era imminente, e questo faceva credere che conoscesse anche il suo assassino. Gentle non aveva capito che in quel brano si parlava di Pie'oh'pah. Ma a una rilettura la cosa era diventata assai evidente.
"Lei ha fatto un patto con una cosa RARA in questo e negli altri DOMINII, e io non so se la morte che mi è ormai vicina è la punizione o la ricompensa per la mia mediazione. Ma sia circospetto in tutti i suoi futuri contatti, perché un tale potere è capriccioso, essendo un miscuglio di tipi e possibilità, non una cosa COMPLETA, in ogni parte della sua natura, ma solo variegata e poliedrica. Un apostata fin nel midollo.
Non sono mai stato amico di questo potere - ha solo ADORATORI E DISTRUTTORI - ma Egli ha confidato in me quale suo rappresentante e io l'ho danneggiato in questo rapporto, quanto ho danneggiato lei. Di più, penso; perché esso è solo, e soffre in questo DOMINIO quanto ho sofferto io. Lei ha amici che la conoscono per l'uomo che è, e non deve nascondere la sua VERA NATURA. Rimanga fedele a loro e al loro amore per lei, perché il Luogo della Roccia Squisita sta per scuotersi e tremare, e in un momento come questo tutto ciò che un'anima ha è la compagnia dei suoi amati simili. Io dico ciò avendo vissuto un tale periodo, e sono FELICE di sapere che, se anche una cosa simile dovesse tornare nel QUINTO DOMINIO, io sarò morto, e il mio viso sarà rivolto verso la gloria dell'IMPERSCRUTATO.
Gloria a HAPEXAMENDIOS.
E a lei, signore, in questo momento, io offro il mio sincero pentimento e le mie preghiere."
C'era un altro pezzo, ma sia la grafia sia la sintassi della frase peggioravano rapidamente da quel punto, come se Chant fosse stato preso dal panico e avesse scarabocchiato il resto mentre indossava il cappotto. Le frasi più coerenti, comunque, contenevano indizi sufficienti a tenere sveglio Gentle. Le descrizioni di Pie'oh'pah erano particolarmente allarmanti:
"Una cosa RARA... un pasticcio di tipi e possibilità..."
Come andava interpretato tutto ciò, se non come una conferma di ciò che i sensi di Gentle avevano percepito a New York? E se era così, cos'era questa creatura che era stata davanti a lui nuda e straordinaria, se non una moltitudine di forme? Chant aveva detto che quel potere non aveva amici (ha solo ADORATORI E DISTRUTTORI, aveva scritto) ed era stato danneggiato in questo rapporto (ancora parole di Chant) tanto quanto Estabrook, al quale Chant aveva offerto il proprio pentimento e le proprie preghiere? Non era un potere umano, sicuramente. Non era nato in alcuna tribù o nazione di cui Gentle avesse notizia. Rilesse più volte la lettera, e a ogni rilettura cresceva in lui la tentazione di crederci. Non la sentiva più estranea. Era giunta dai confini di quel paese di cui aveva sospettato l'esistenza per la prima volta a New York. Allora l'idea di finire lì lo aveva intimorito. Ma non era più così, forse perché era la mattina di Natale, ed era il momento in cui qualcosa di miracoloso poteva manifestarsi e cambiare il mondo.
Più si avvicinavano - il mattino e la convinzione - più egli si pentiva di aver cacciato l'assassino quando questi s'era mostrato tanto desideroso della sua compagnia. Non aveva indizi sul suo mistero a parte quelli contenuti nella lettera di Chant, e dopo averla letta cento volte anche quelli si erano esauriti. Lui voleva di più. L'unica sua altra fonte erano i ricordi della faccia composita della creatura, e, conoscendo la propria propensione a dimenticare, anche quella avrebbe cominciato a scomparire quanto prima. Doveva fissarla! Questa era la cosa importante ora: fissare la visione prima che scomparisse!
Gettò da parte la lettera, e si mise a fissare la sua Cena di Emmaus. Uno di quegli stili era in grado di catturare ciò che aveva visto? Ne dubitava. Avrebbe dovuto inventare una nuova tecnica per riprodurre ciò che aveva visto. Infiammato da questa ambizione, decise di buttar via la Cena, e iniziò a spremere della terra bruciata direttamente sulla tela, spargendola con una spatola, fino a che la scena sottostante non fu completamente coperta. Al suo posto c'era adesso uno sfondo scuro sul quale Gentle cominciò a scavare i contorni di una figura. Non aveva mai studiato seriamente anatomia. Il corpo maschile non aveva per lui alcun interesse estetico, e quello femminile era talmente mutevole - una funzione del suo stesso movimento, o della luce che scorreva su di esso - che qualsiasi rappresentazione statica gli pareva fallita in partenza. Ma ora lui voleva rappresentare una forma mutevole, per quanto ciò sembrasse impossibile; voleva trovare un modo per fissare ciò che aveva visto sulla porta della sua stanza d'albergo, quando le molte facce di Pie'oh'pah si erano mescolate davanti a lui come carte nel mazzo di un illusionista. Se fosse stato in grado di fissare quella visione, o almeno di cominciare a farlo, poteva ancora trovare un modo per controllare quel che aveva cominciato a perseguitarlo.
Lavorò per due ore con discreta frenesia, pretendendo dal colore cose che non aveva mai chiesto prima, stendendolo con la spatola e le dita, tentando di catturare almeno la forma e le proporzioni della testa e del collo della creatura. Nella sua mente poteva vedere l'immagine con sufficiente chiarezza (da quella notte quei due ricordi non s'erano allontanati da lui per più di un minuto), ma anche lo schizzo più elementare gli risultava difficile. Non era abbastanza preparato per quel compito. Era stato per troppo tempo un parassita, un semplice falsario che ripeteva le visioni di altri uomini. Ora ne aveva finalmente una sua, una soltanto, ma per questo ancor più preziosa e non riusciva a rappresentarla. Avrebbe voluto piangere per la sua sconfitta finale, ma era troppo stanco. Con le mani ancora coperte di colori, si buttò sulle lenzuola gelide e attese che il sonno allontanasse le sue perplessità.
Mentre i sogni si avvicinavano, fu colto ancora da due pensieri. Il primo era che con tanta terra bruciata sulle mani sembrava che avesse giocato con la sua stessa merda. Il secondo, che l'unico modo di risolvere il problema sulla tela era rivedere di nuovo il suo soggetto in carne e ossa, pensiero che dovette gradire, perché si mise a sognare, libero dai suoi inganni e dalle sue pene, sorridente all'idea di avere di nuovo davanti a sé il viso di quella cosa rara.
11
Nonostante il viaggio dalla casa di Godolphin a Primrose Hill alla Torre della Tabula Rasa fosse breve, e Dowd lo avesse portato a Highgate alle sei in punto, Oscar suggerì di raggiungere la Torre passando per Crouch End, poi per Muswell Hill, in modo da arrivare con dieci minuti di ritardo.
"Non dobbiamo apparire troppo ansiosi di prosternarci," osservò mentre finalmente puntavano a destinazione. "Li renderemmo solo più arroganti."
"Devo aspettare qui sotto?"
"Da solo al freddo? Mio caro Dowdy, non se ne parla neanche. Saliremo insieme, portando i nostri doni."
"Quali doni?"
"La nostra intelligenza, il nostro gusto in fatto di vestiti - be', il mio gusto - in poche parole, noi stessi."
Scesero dall'auto e si avviarono verso il portico: ogni loro passo veniva ripreso dalle telecamere installate sopra la porta. Mentre si avvicinavano la serratura scattò. Attraversando l'ingresso verso l'ascensore, Godolphin sussurrò:
"Qualsiasi cosa succeda stanotte, Dowdy, per favore ricorda..."
Non riuscì a continuare la frase. Le porte dell'ascensore si aprirono e apparve Bloxham, azzimato e soddisfatto di sé come non mai.
"Bella cravatta," gli disse Oscar, "il giallo ti dona." La cravatta era blu. "Non fare caso a Dowd. Non vado mai da nessuna parte senza di lui."
"Non dovrebbe essere qui stanotte," disse Bloxham.
Ancora una volta Dowd si offrì di aspettare di sotto, ma Oscar non volle sentire ragioni. "Dio ne scampi e liberi!" disse. "Puoi aspettare di sopra. Goditi il panorama."
Tutto ciò irritò moltissimo Bloxham, ma non era facile dire di no a Oscar. Salirono in silenzio. Una volta giunti all'ultimo piano, Dowd venne lasciato solo, e Bloxham accompagnò Godolphin nella stanza. Erano tutti in attesa, e ogni sguardo era carico di accusa. Alcuni - Shales, sicuramente, e Charlotte Feaver - non tentarono di nascondere la propria gioia per il fatto che il membro più esuberante e irriducibile della Società fosse lì, finalmente ridotto all'obbedienza.
"Oh, scusatemi... " disse Oscar, mentre le porte dietro di lui venivano chiuse. "E molto che aspettate?"
Fuori, in una delle anticamere deserte, Dowd ascoltava una radiolina e rifletteva. Alle sette il notiziario parlò di un incidente sull'autostrada che era costato la vita a un'intera famiglia in viaggio verso il nord per il Natale, e dei disordini scoppiati nelle carceri di Bristol e Manchester, dove i carcerati si lamentavano perché i doni dei loro cari erano stati manomessi e distrutti dalle guardie. La solita sfilza di bollettini di guerra, le previsioni del tempo che promettevano un grigio Natale accompagnato da una balsamica quasi-primavera. Come già in passato ciò avrebbe fatto fiorire i crochi a Hyde Park, solo per farli bruciare dal gelo nel giro di pochi giorni. Alle otto, mentre ancora aspettava vicino alla finestra, un secondo giornale radio corresse una delle notizie date in precedenza. Dai veicoli accartocciati sull'autostrada era stato estratto un sopravvissuto: un bimbo di tre mesi, illeso anche se orfano. Seduto nella fredda penombra, Dowd iniziò a piangere piano, un'esperienza che superava di gran lunga la sua reale capacità emotiva, proprio come il freddo non colpiva le sue terminazioni nervose. Ma lui si era allenato nell'arte del dolore con lo stesso impegno con cui fingeva di essere umano mentre imparava a rabbrividire: suo tutore il Bardo; Lear la sua lettura preferita. Pianse per il bambino e per i crochi, e aveva ancora gli occhi lucidi quando udì le voci nella stanza esplodere, improvvisamente furiose. La porta venne spalancata, e Oscar lo chiamò, nonostante le grida di protesta di alcuni degli altri membri.
"Godolphin, questo è un oltraggio!" guaì Bloxham.
"Mi ci avete costretto voi!" rispose Oscar, al culmine della sua interpretazione. Era evidente che aveva trascorso momenti poco piacevoli. I tendini sul suo collo risaltavano come corde annodate; il sudore gli brillava nelle borse sotto gli occhi; ogni parola provocava spruzzi di saliva. "Non ne sapete niente!" stava dicendo. "Niente. Contro di noi c'è una cospirazione ordita da forze che non siamo nemmeno in grado di concepire. Questo Chant era senza dubbio uno dei loro agenti. Possono assumere forme umane!"
"Godolphin, questo è assurdo," disse Tyrwhitt.
"Non mi credi?"
"No, non ti credo. E certamente non voglio che quel tuo leccaculo ascolti i nostri discorsi. Vorresti per favore allontanarlo dalla stanza?"
"Ma lui ha le prove della mia tesi," insistette Oscar.
"Oh, davvero?" ironizzò Shales.
"Dovrà mostrarvele lui stesso," disse Oscar, girandosi verso Dowd. "Ho paura che dovrai dimostrarglielo," gli disse, e mentre parlava infilò una mano nella giacca.
Un istante prima che la lama emergesse, Dowd si rese conto delle intenzioni di Godolphin, e fece per mettersi a correre, ma Oscar aveva già il coltello in mano, e gli si parò davanti con la lama scintillante. Dowd avvertì la mano del suo padrone sul collo e sentì grida di orrore da tutte le parti. Venne quindi gettato indietro sul tavolo, sdraiato sotto le luci come un paziente recalcitrante. Poi il chirurgo agì con rapidità, colpendo Dowd con una pugnalata in mezzo al torace.
"Volete le prove?" urlò Oscar, sovrastando le grida di Dowd e il fragore delle urla attorno al tavolo. "Volete le prove? Eccole qui!"
Si appoggiò sulla lama con tutto il suo peso, spostandola prima a destra e poi a sinistra, senza incontrare l'ostacolo di costole o sterno. Né c'era sangue; solo un fluido color acqua salmastra, che fuoriusciva dalle ferite e si spandeva sul tavolo. La testa di Dowd si dibatteva scompostamente mentre su di lui veniva perpetrato questo affronto, e i suoi occhi si voltarono a guardare con aria d'accusa Godolphin una sola volta; ma quest'ultimo era troppo impegnato per ricambiare lo sguardo. Nonostante le proteste da parte di tutti, non smise fino a che il corpo davanti a lui non fu aperto dall'ombelico alla gola, e Dowd non si mosse più. Il fetore proveniente dalla carcassa riempì la stanza: una miscela pungente di acque marce e vaniglia. L'odore fece correre verso la porta due dei testimoni, uno dei quali, Bloxham, venne preso dalla nausea prima che potesse raggiungere il corridoio. Ma i suoi conati di vomito e i suoi gemiti non rallentarono minimamente Godolphin. Senza esitazione, infatti, infilò il braccio nel corpo aperto e dopo aver frugato estrasse una manciata di budella. Era una massa nodosa di tessuto blu e nero, ultima prova della non-umanità di Dowd. Trionfante, Oscar gettò la prova sul tavolo accanto al corpo, poi si allontanò dalla sua impresa, piantando il coltello nella ferita che aveva aperto. L'intera operazione non era durata più di un minuto, ma era stata sufficiente a trasformare il tavolo della sala in un canale di scolo da mercato del pesce.
"Soddisfatti?" disse Godolphin.
Tutte le proteste si erano zittite. L'unico suono era lo spruzzo ritmico del fluido che fuoriusciva da un'arteria aperta.
Molto tranquillamente McGann disse: "Sei un pazzo maniaco."
Oscar mise allegramente una mano nella tasca dei pantaloni ed estrasse un fazzoletto pulito. Stirarlo era stato uno degli ultimi compiti del povero Dowd. Era immacolato. Oscar lo agitò, facendo scomparire le pieghe perfette, e iniziò a pulirsi le mani.
"In quale altro modo avrei potuto dimostrare la mia innocenza?" disse. "Siete stati voi a spingermi a questo. Ecco la prova, in tutto il suo splendore. Non so cosa sia successo a Dowd, il mio leccaculo, come credo che tu lo abbia chiamato, Alice, ma, dovunque sia, questa cosa ha preso il suo posto."
"Da quanto tempo lo sapevi?" chiese Charlotte.
"L'ho sospettato nelle ultime due settimane. Sono stato qui in città per tutto il tempo a controllare ogni suo movimento mentre lui e voi pensavate che mi stessi trastullando in qualche posto esotico."
"Cosa cazzo è?" volle sapere Lionel, indicando un frammento delle interiora dell'alieno.
"Lo sa Dio," rispose Godolphin. "Chiaramente non qualcosa di questo mondo."
"Che cosa voleva?" intervenne Alice. "È questo che dovremmo chiederci."
"Posso presumere che volesse accedere a questa stanza, cosa che," (guardò a una a una le persone intorno al tavolo) "credo gli abbiate concesso, tre giorni fa. Sono sicuro che nessuno di voi è stato indiscreto." Ci fu uno scambio di sguardi furtivi. "Oh, l'avete fatto," disse. "Questo è un peccato. Auguriamoci che non abbia avuto il tempo di comunicare nessuna delle cose che ha scoperto ai suoi superiori."
"Ciò che è fatto, è fatto," disse McGann, "e dobbiamo tutti farci carico di una parte di responsabilità. Incluso te, Oscar. Avresti dovuto metterci al corrente dei tuoi sospetti."
"Mi avreste creduto?" replicò Godolphin. "All'inizio non volevo crederci nemmeno io, fino a che non ho cominciato a notare in Dowd dei piccoli cambiamenti."
"Perché tu?" disse Shales. "È questo che vorrei sapere. Perché scegliere te, se non perché ti ritenevano il più adatto tra noi? Forse pensavano che ti saresti unito a loro. Forse l'hai fatto."
"Come al solito, Hubert, sei troppo presuntuoso per riconoscere i tuoi punti deboli," replicò Godolphin. "Come fai a dire che io sono l'unico a essere stato preso di mira? Puoi giurarmi che tutti quelli della tua cerchia sono al di sopra di ogni sospetto? Quanto sei in grado di controllare i tuoi amici? La tua famiglia? Chiunque di loro potrebbe far parte di questa cospirazione."
Far sorgere questi dubbi procurò a Godolphin un piacere perverso. Scorse il dubbio che prendeva forma e si insinuava nei visi che mezz'ora prima erano certi della propria infallibilità. Era valsa la pena di correre il rischio che aveva corso con la sua azione teatrale, solo per vederli impauriti. Ma Shales non aveva ancora finito.
"Rimane il fatto che questa cosa era al tuo servizio," disse.
"Abbiamo sentito abbastanza, Hubert," interloquì piano McGann. "Questo non è il momento di fare discorsi del genere. Siamo coinvolti in una guerra e, che noi si condivida o meno i metodi di Oscar - e tra parentesi io non li condivido -, sicuramente nessuno di noi può dubitare della sua integrità." Lanciò uno sguardo intorno al tavolo. Ci furono mormorii di assenso da parte di tutti. "Dio sa di cosa una creatura come questa sarebbe stata capace se si fosse resa conto che il suo inganno era stato scoperto. Godolphin ha corso un rischio considerevole per noi."
"Sono d'accordo," disse Lionel. Si era mosso verso il lato del tavolo dove si trovava Oscar, mettendo un bicchiere di whisky di malto nelle mani appena ripulite del carnefice. "Bravo," osservò. "Io avrei fatto la stessa cosa. Bevi."
Oscar accettò il bicchiere. "Alla salute," disse, finendo il liquore in un sorso.
"Io non vedo niente a cui brindare," sentenziò Charlotte Feaver, la prima a sedersi al tavolo nonostante ciò che vi giaceva sopra. Si accese una sigaretta, espellendo il fumo attraverso labbra increspate. "Supponendo che Godolphin abbia ragione, e che questa cosa stesse tentando di accedere alla Società, dobbiamo chiederci perché."
"Chiedi pure," disse seccamente Shales, indicando il cadavere. "Non ci dirà molto. E c'è qualcuno a cui questo farà molto comodo."
"Per quanto devo sopportare ancora queste insinuazioni?" chiese Oscar.
"Ho detto di finirla, Hubert," fece notare McGann.
"Questo è un incontro democratico," disse Shales, alzandosi per sfidare l'autorità di McGann. "Devo dire qualcosa..."
"L'hai già detta," osservò con forza Lionel. "Adesso perché non stai zitto?"
"Il punto è, cosa facciamo adesso?" chiese Bloxham. Era tornato al tavolo, il mento pulito, deciso a farsi valere dopo il suo comportamento poco virile. "Questo è un momento pericoloso."
"È proprio per questo che loro sono qui," disse Alice. "Sanno che l'anniversario si sta avvicinando e vogliono ricominciare con quella dannata Riconciliazione."
"Perché tentare di penetrare nella Società?" chiese Bloxham.
"Per metterci i bastoni tra le ruote," rispose Lionel. "Se sanno cosa stiamo progettando, possono prevenirci. A proposito, la cravatta era molto cara?"
Bloxham abbassò lo sguardo e vide che la sua cravatta di seta era completamente imbrattata di vomito. Guardando con rancore nella direzione di Lionel, se la strappò dal collo.
"Comunque non vedo che cosa potrebbero scoprire da noi," disse Alice Feaver, turbata come al solito. "Non sappiamo neanche cosa sia la Riconciliazione."
"Sì che lo sappiamo," replicò Shales. "I nostri antenati stavano tentando di porre la Terra sulla stessa orbita del Cielo."
"Molto poetico," osservò Charlotte. "Ma che cosa significa in termini concreti? Qualcuno lo sa?" Ci fu silenzio. "Lo immaginavo. Eccoci qui: abbiamo giurato di sventare qualcosa che non comprendiamo nemmeno."
"Era una specie di esperimento," disse Bloxham. "Ed è fallito."
"Erano tutti pazzi?" chiese Alice.
"Speriamo di no," interloquì Lionel. "Di solito nelle famiglie la pazzia è ereditaria."
"Be', io non sono pazza," disse Alice. "E sono dannatamente sicura che i miei amici sono sani, umani e normali quanto me. Se fossero qualunque altra cosa, lo saprei."
"Godolphin," intervenne McGann, "Te ne stai insolitamente tranquillo."
"Sto assorbendo tanta saggezza," replicò Oscar.
"Hai raggiunto qualche conclusione?"
"Le cose vanno a cicli," disse Oscar, prendendosi il tempo di rispondere. Era certissimo che tutti lo ascoltassero. "Stiamo raggiungendo la fine del millennio. La ragione verrà soppiantata dalla non ragione. Il distacco dal sentimento. Credo che se fossi un esoterico alle prime armi, con il fiuto per la storia, non mi sarebbe difficile scoprire i dettagli dell'esperimento, come l'ha definito Bloxham, e forse mi metterei in testa che sta per giungere il momento di riprovarci."
"Molto plausibile," disse McGann.
"E un tale adepto come troverebbe le informazioni?" si informò Shales.
"Da solo."
"Da quale fonte? Tutti i tomi di un qualche valore sono sepolti nel terreno sotto di noi."
"Tutti?" insinuò Godolphin. "Come possiamo esserne tanto sicuri?"
"Perché sulla Terra non è stato eseguito nessun atto di magia di qualche rilievo negli ultimi due secoli," fu la risposta di Shales. "Gli esoterici non hanno più potere. L'hanno perduto. Se ci fosse stato il minimo segno di attività magica, lo avremmo saputo."
"Non sapevamo del piccolo amico di Godolphin," fece notare Charlotte, precedendo Oscar, che stava per far notare ironicamente la stessa cosa. "Siamo almeno sicuri che la biblioteca sia intatta?" continuò Charlotte. "Come facciamo a sapere che non sono stati rubati dei libri?"
"Da chi?" chiese Bloxham.
"Da Dowd, tanto per cominciare. Non sono mai stati catalogati con precisione. È vero che quella Leash ci ha provato, ma sappiamo tutti che fine ha fatto."
La storia della Leash era una delle vergogne minori della Società: una serie di incidenti che era terminata in tragedia. In breve, l'ossessiva Clara Leash si era assunta il compito di stendere una relazione dettagliata sui volumi in possesso della Società, e mentre era impegnata in questa attività, le era venuto un colpo. Era rimasta per due giorni sul pavimento dello scantinato. Quando venne trovata, era ancora viva, e fuori di senno. Era sopravvissuta, in ogni caso, e undici anni più tardi era ancora ospite di un ospizio nel Sussex, stupida come non mai.
"Non dovrebbe essere comunque tanto difficile scoprire se la serratura è stata forzata," disse Charlotte.
Bloxham concordò. "Bisognerebbe controllare."
"Mi pare di capire che tu ti stia offrendo volontario," ironizzò McGann.
"E se non hanno avuto le informazioni da qui," continuò Charlotte, "esistono altre fonti. Non penseremo di essere in possesso di ogni libro che si occupa dell'Imagica... vero?"
"No, naturalmente no," rispose McGann. "Ma nel corso degli anni la Società ha distrutto la tradizione. I culti di questo paese non valgono nulla, lo sappiamo tutti. Raccattano storpiature dovunque le trovino. Nient'altro che frammenti privi di senso. Nessuno di loro ha gli strumenti per poter concepire una Riconciliazione. La maggior parte di loro non sa nemmeno che cosa sia l'Imagica. Il massimo cui arrivano è gettare il malocchio sul proprio capufficio."
Erano anni che Godolphin sentiva fare simili discorsi. Aveva sentito dire che la magia nel Mondo Occidentale si era esaurita; storie di culti che all'inizio erano stati spiati con preoccupazione, ma poi si erano rivelati nient'altro che cenacoli di pseudoscienziati che si scambiavano teorie arcane in una lingua in cui non c'era verso che due persone riuscissero a intendersi, oppure gente ossessionata dal sesso che con il pretesto di certe pratiche richiedeva prestazioni che non avrebbero potuto ottenere dai loro partner; o, nella maggior parte dei casi, pazzi alla ricerca di qualche mitologia, foss'anche assurda, che li tenesse lontani dalla psicosi totale. Ma tra quelle contraffazioni, quelle ossessioni e quelle pazzie, non poteva esserci un uomo che conosceva istintivamente la strada per l'Imagica? Un Maestro naturale, nato con qualcosa nei suoi geni che lo rendeva capace di reinventare l'opera della Riconciliazione? A Godolphin non era fino ad allora venuta in mente una tale possibilità: aveva avuto troppo da fare con il segreto con cui aveva convissuto per gran parte della sua vita adulta. Ma era un pensiero affascinante, che lo turbava.
"Credo che dovremmo prendere sul serio un rischio simile," annunciò Godolphin. "Per quanto possa sembrare improbabile."
"Che rischio?" chiese McGann.
"Che là fuori ci sia un Maestro. Qualcuno in grado di capire l'ambizione dei nostri padri e che potrebbe trovare il modo di ripetere l'esperimento. Forse non vuole i libri. Forse non ne ha bisogno. Forse in questo momento è seduto da qualche parte, a casa sua, e sta esaminando il problema per proprio conto."
"E allora che cosa facciamo noi?" chiese Charlotte.
"Epuriamo," disse Shales, "Mi addolora dirlo, ma Godolphin ha ragione. Non sappiamo cosa stia succedendo là fuori. Teniamo d'occhio le cose da lontano, e a volte facciamo in modo che qualcuno venga messo a tacere per sempre, ma non epuriamo. Credo che dovremmo cominciare."
"E come facciamo?" volle sapere Bloxham. I suoi occhi slavati brillavano come quelli di un fanatico.
"Abbiamo i nostri alleati. Li useremo. Frugheremo in ogni anfratto e, se troviamo qualcosa che non ci piace, lo eliminiamo."
"Non siamo una banda di assassini."
"Ma abbiamo i soldi per assoldarne una," fece notare Shales. "E le conoscenze giuste per far sparire le prove, se necessario. Per come la vedo io, abbiamo una sola responsabilità: evitare, a tutti i costi, un altro tentativo di Riconciliazione. È lo scopo per cui siamo nati."
Parlò in tono piatto, come se stesse recitando la lista della spesa. Il suo distacco impressionò gli altri, che furono colpiti anche dall'ultima affermazione, per quanto blandamente venisse presentata. Chi avrebbe potuto rimanere indifferente al pensiero che un tale obiettivo risaliva alle generazioni passate, fino agli uomini che si erano radunati in quello stesso luogo due secoli prima? Pochi sopravvissuti coperti di sangue, i quali avevano giurato che loro, e i loro figli, e i figli dei loro figli, e così via sino alla fine del mondo, sarebbero vissuti e morti con una sola ambizione viva nei loro cuori: prevenire un'altra apocalisse.
A questo punto McGann suggerì di votare, e così fecero. Non ci furono voti contrari. La Società era concorde sul fatto che per proseguire l'opera era necessario liberarsi di tutti gli elementi che innocentemente o no potessero immischiarsi, o essere tentati di immischiarsi, con i riti il cui scopo fosse quello di ottenere l'accesso ai cosiddetti Domini Riconciliati. Da quella sanzione sarebbero state però escluse tutte le strutture religiose convenzionali, in quanto completamente inefficaci, e tali inoltre da costituire una distrazione utile per coloro che altrimenti potevano essere tentati da pratiche esoteriche. Avrebbero ignorato anche gli imbroglioni e i profittatori. Le chiromanti da baraccone e i finti sensitivi, gli spiritualisti che scrivevano nuovi concerti per compositori morti, e sonetti per poeti ormai in cenere... tutti costoro sarebbero stati ignorati. Solo quelli che potevano effettivamente avere qualche possibilità di scoprire qualcosa di imagico, e di metterlo in atto, sarebbero stati sradicati. Sarebbe stato un lavoro non da poco e a volte brutale, ma la Società era in grado di farlo. Quella non era la prima epurazione che aveva organizzato (anche se sarebbe stata la prima di tali dimensioni); la struttura era pronta per una pulizia invisibile ma completa. I culti dovevano essere i primi obiettivi: i loro accoliti sarebbero stati dispersi, i loro capi messi a tacere o incarcerati. Era già successo che l'Inghilterra venisse ripulita da tutti gli esoterici e i taumaturghi di qualche rilevanza. Ora sarebbe accaduto di nuovo.
"L'ordine del giorno è esaurito?" chiese Oscar, "La messa mi chiama."
"Che cosa ne facciamo del corpo?" chiese Alice Tyrwhitt.
Godolphin aveva già pronta una risposta chiara e convincente.
"È opera mia e sarò io a occuparmene," disse, con la dovuta umiltà. "Posso fare in modo che venga sepolto stanotte lungo qualche autostrada, a meno che qualcuno non abbia un'idea migliore."
Non ci furono obiezioni. "Tutto, purché fuori di qui," disse Alice.
"Avrò bisogno di aiuto per impacchettarlo e portarlo alla macchina. Bloxham, mi daresti una mano?"
Riluttante all'idea di rifiutare, Bloxham andò alla ricerca di qualcosa che contenesse la carcassa.
"Non vedo perché dovremmo stare qui seduti a guardare," disse Charlotte, alzandosi dalla sedia. "Se per stasera è tutto, io vado a casa."
Mentre si dirigeva verso la porta, Oscar ne approfittò per lanciare un'ultima, trionfante malignità.
"Credo che stanotte penseremo tutti la stessa cosa," disse.
"E cioè?" chiese Lionel.
"Oh, solo che se queste cose sono tanto brave quanto sembra a imitarci, d'ora in poi non potremo più fidarci completamente gli uni degli altri. Immagino che ora siamo ancora tutti umani, ma chi sa che cosa porterà il Natale?"
Mezz'ora più tardi, Oscar era pronto per andare a messa. Nonostante la sua iniziale schizzinosità Bloxham si comportò bene, rimettendo le interiora di Dowd nell'interno della carcassa e mummificando tutta la pietosa sagoma con plastica e nastro adesivo. Poi, lui e Oscar portarono il cadavere nell'ascensore, e, una volta giunti al pianterreno, fuori dalla Torre verso l'auto. Era una notte bellissima. La luna era una striscia d'argento puro in un cielo pieno di stelle. Come sempre, Oscar colse la bellezza dove poteva e approfittò, prima di partire, per fermarsi ad ammirare lo spettacolo.
"Non è stupendo, Giles?"
"Lo è davvero!" replicò Bloxham. "Da far girare la testa."
"Tutti quei mondi."
"Non ti preoccupare," rispose Bloxham. "Faremo in modo che non succeda mai."
Confuso da questa risposta, Oscar guardò l'altro, e vide che non stava affatto guardando le stelle, ma che si stava ancora occupando del corpo. Era il pensiero della prossima epurazione che trovava stupendo.
"Così dovrebbe bastare," disse Bloxham, chiudendo il bagagliaio dell'automobile e allungando la mano per stringere quella di Oscar.
Contento che le ombre coprissero il suo disgusto, Oscar la strinse, e augurò allo zoticone la buonanotte. Di lì a poco, lo sapeva, avrebbe dovuto scegliere da che parte stare, e nonostante il successo dello sforzo di stasera, e la sicurezza che gli aveva garantito, egli non era affatto sicuro che il suo posto fosse tra gli epuratori, nonostante loro fossero sicuri di vincere. Ma allora, se il suo posto non era lì, dove era? Ecco un bel problema, si disse Godolphin, e fu felice di pensare che il consolante spettacolo della Messa di Mezzanotte lo avrebbe distratto da quei pensieri.
Venticinque minuti più tardi, mentre saliva i gradini di St Martin's-in-the-Field, si ritrovò a offrire una piccola preghiera, i cui sentimenti non erano molto diversi da quelli dei canti che la congregazione stava innalzando. Pregò che quella notte in qualche parte della città brillasse la speranza, e che potesse entrare anche nel suo cuore, liberandolo dai dubbi e dalla confusione; una luce che non ardesse soltanto in lui, ma potesse diffondersi nei Domini, illuminando l'Imagica da un'estremità all'altra. Ma se una tale divinità era vicina, Godolphin pregò che le canzoni si sbagliassero, perche, per quanto dolci fossero le storie della Natività, non c'era davvero più molto tempo, e se stanotte la speranza fosse stata risposta soltanto in un neonato, prima che fosse giunta l'età della redenzione i mondi che era venuto a salvare avrebbero avuto tutto il tempo di schiattare.
12
I
Una volta Taylor Briggs aveva detto a Judith che misurava la propria vita in estati. Quando fosse giunta la sua ora, aveva detto, si sarebbe ricordato delle estati, e contandole si sarebbe considerato felice. Dalle storie d'amore della sua giovinezza ai giorni delle ultime grandi orge nei retrobottega e nei capanni di New York e San Francisco, poteva ricordare la sua carriera amorosa annusando il sudore delle proprie ascelle. Allora Judith lo aveva invidiato. Come Gentle, anche lei aveva difficoltà a ricordare più di dieci anni del suo passato. Non aveva alcun ricordo della sua adolescenza, né della sua infanzia; non riusciva a raffigurarsi i suoi genitori, né a ricordare i loro nomi. Questa incapacità di ricordare non la preoccupava molto (non sapeva che farci), eccetto quando incontrava qualcuno come Taylor, che traeva tanta soddisfazione dal passato. Si augurò che ci riuscisse ancora; era uno dei pochi piaceri rimastigli.
Judith aveva sentito parlare per la prima volta della sua malattia nel luglio precedente, da Clem, l'amante di Taylor. Nonostante il fatto che lui e Taylor avessero vissuto insieme lo stesso tipo di vita intensa, la malattia aveva risparmiato Clem, e Jude aveva trascorso diverse nottate con lui, discutendo del senso di colpa che l'uomo provava per averla scampata senza avere meriti. Le loro strade si erano allontanate durante i mesi autunnali, e lei fu sorpresa di trovare un invito alla loro festa di Natale ad attenderla al suo ritorno da New York. Sentendosi ancora scombussolata dopo quanto era successo, telefonò per declinare l'invito, ma si sentì dire pacatamente da Clem che Taylor non avrebbe probabilmente rivisto la primavera, altro che l'estate. Non poteva venire, per amor suo? Naturalmente lei accettò. Se conosceva qualcuno che era in grado di trasformare i brutti momenti in qualcosa di bello, costoro erano Taylor e Clem, e lei sentiva di dover fare del suo meglio per aiutarli in questo loro tentativo. Era forse perché nella sua vita aveva avuto tanti problemi con maschi eterosessuali che riusciva a rilassarsi in compagnia di uomini per i quali il suo sesso non era un terreno di contesa?
Poco dopo le otto della sera di Natale, Clem aprì la porta e la fece entrare, pretendendo un bacio sotto il rametto di vischio appeso nell'ingresso prima che, come disse lui, i barbari la raggiungessero. La casa era stata decorata come forse si faceva un secolo prima, per cui, anziché ciarpame, neve finta e lucine, c'erano dei sempreverdi appesi in tale abbondanza sui muri e sulle cappe dei camini che le stanze sembravano quasi delle foreste. Clem, la cui giovinezza aveva evitato per tanto tempo il tributo degli anni, non offriva uno spettacolo molto allegro. Cinque mesi prima, nella luce giusta sembrava un trentenne in carne. Ora pareva almeno dieci anni più vecchio e il suo caldo benvenuto e i complimenti erano incapaci di nasconderne la spossatezza.
"Ti sei vestita di verde," osservò mentre la scortava in salotto. "L'avevo detto a Taylor che l'avresti fatto. Occhi verdi, vestito verde."
"Approvi?"
"Naturalmente! Quest'anno festeggiamo un Natale pagano. Dies Natalis Solis Invicti."
"Cosa significa?"
"La Nascita del Sole Mai Conquistato," disse lui. "La Luce del Mondo. In questo momento è quello di cui abbiamo bisogno."
"Conosco molte delle persone che sono qui?" chiese lei, prima che entrassero nel pieno della festa.
"Tesoro, ti conoscono tutti," rispose lui teneramente. "Anche quelli che non ti hanno mai incontrata."
Ad attenderli c'erano molti volti che in effetti conosceva, e le ci vollero cinque minuti per riuscire ad arrivare dove si trovava Taylor, signore di tutto ciò che osservava, in una poltrona ben imbottita vicino al fuoco acceso. Tentò di nascondere lo choc che provò vedendolo. Aveva perduto quasi tutta quella che era stata una chioma leonina, e ogni grammo di sostanza dal viso. Gli occhi, che erano sempre stati la sua caratteristica più appariscente (una delle tante cose che avevano in comune), ora sembravano enormi, come se nel tempo rimastogli volessero divorare le cose che la morte gli avrebbe negato. Aprì le braccia verso di lei. "Oh mia cara," disse, "Abbracciami. Scusa se non mi alzo."
Judith si abbassò e lo abbracciò: era pelle e ossa, e freddo, nonostante il fuoco accanto a lui.
"Clem ti ha dato del punch?" chiese.
"Provvedo subito," intervenne Clem.
"Già che ci sei, portami un'altra vodka," ordinò Taylor, imperioso come sempre.
"Pensavo fossimo d'accordo..." disse Clem.
"Lo so che mi fa male. Ma stare sobrio è peggio."
"È il tuo funerale," disse Clem, con una crudezza per Jude sconcertante. Ma Clem e Taylor si guardarono con una specie di feroce adorazione, e Jude capì dal loro sguardo che la crudeltà di Clem faceva parte del loro meccanismo di difesa per affrontare la tragedia.
"Come vuoi, allora," disse Taylor. "Prenderò un succo d'arancia. No, fai un Virgin Mary. Adeguiamoci all'occasione."
"Pensavo fosse una celebrazione pagana," commentò Jude quando Clem si allontanò per andare a prendere i drink.
"Non capisco proprio perché i cristiani debbano avere la Madonna," disse Taylor, "dal momento che non sanno che farsene, Prendi una sedia, carina. Ho sentito dire che eri all'estero."
"Infatti. Ma sono tornata all'improvviso. Ho avuto dei problemi a New York."
"A chi hai spezzato il cuore, stavolta?"
"Non era quel tipo di problema."
"E allora?" incalzò lui. "Fai un po' la chiacchierona. Dillo al tuo Taylor."
Quell'affabilità portò un sorriso sulle labbra di Judith. E insieme portò anche il racconto che aveva giurato di tenere per sé.
"Qualcuno ha tentato di uccidermi," disse.
"Stai scherzando," replicò lui.
"Magari fosse vero."
"Cosa è successo?" chiese Taylor. "Vuota il sacco. In questo momento mi piace ascoltare le cattive notizie degli altri. Peggio sono, meglio è."
Judith mise la mano su quella ossuta di Taylor. "Prima dimmi come stai."
"Grottescamente," rispose Taylor. "Clem è fantastico, naturalmente, ma tutte le amorevoli cure del mondo non mi restituiranno la salute. Ho giorni brutti e giorni belli. Ultimamente più brutti. Come usava dire mia madre, non ne ho per molto." Alzò lo sguardo. "Attenta, arriva San Clemente della Padella. Cambiamo argomento. Clem, Judy ti ha detto che qualcuno ha tentato di ucciderla?"
"No. Dove è successo?"
"A Manhattan?"
"Un brutto ceffo?"
"No."
"Non qualcuno che conoscevi?" chiese Taylor.
Sul punto di raccontare tutto, Judith non fu più sicura di volerlo fare. Ma Taylor pregustava già il racconto, i suoi occhi brillavano, e lei non poteva sopportare di deluderlo. Iniziò il suo racconto che fu costellato da esclamazioni di deliziata incredulità da parte di Taylor, e Judith si trovò a narrare la storia al suo pubblico, come se non si trattasse dell'amara verità ma di un racconto assurdo. Solo in un'occasione perse il suo slancio, quando menzionò il nome di Gentle, e Clem la interruppe dicendo che quella sera era stato invitato anche lui. Il cuore di Judith si mise a saltellare e le ci volle un attimo perché riprendesse il ritmo normale.
"Racconta il resto," la esortò Taylor. "Che cosa è successo?"
Judith proseguì, ma ora, dando le spalle alla porta, continuava a domandarsi se Gentle non stesse varcando la soglia.
La sua distrazione andò a scapito del racconto. Ma forse la storia di un omicidio raccontata dalla vittima era sempre prevedibile. Concluse in fretta.
"Il punto è che sono viva," disse.
"Berrò a questo," esclamò Taylor, restituendo il Virgin Mary ancora intatto a Clem. "Neppure un solo goccetto di vodka?" pregò. "Ne affronterò le conseguenze."
Clem alzò le spalle con riluttanza e, impossessatosi del bicchiere vuoto di Jude, si fece strada attraverso la folla verso il tavolo delle bevande, dandole una scusa per girarsi e scrutare la stanza. Da quando si era seduta erano arrivate una mezza dozzina di persone. Gentle non era tra loro.
"Stai cercando il Promesso Sposo?" chiese Taylor. "Non è ancora arrivato."
Judith si girò verso di lui e vide il suo divertimento.
"Non so di cosa tu stia parlando," disse.
"Del signor Zacharias."
"Cosa c'è di tanto divertente?"
"Tu e lui. La relazione più chiacchierata dell'ultimo decennio. Sai, quando parli di lui cambi voce. Diventa..."
"Velenosa."
"Come un respiro. Struggente."
"Non mi struggo per Gentle."
"Sbaglierò," disse maliziosamente. "Era bravo a letto?"
"Ne ho avuti di meglio."
"Vuoi sapere una cosa che non ho mai detto a nessuno?" Si piegò in avanti, e il suo sorriso si fece più sofferente. Dapprima pensò che fosse il corpo dolorante a provocare quella contrazione del suo viso, ma poi udì le sue parole. "Mi sono innamorato di Gentle dal primo momento che l'ho visto. Ho fatto di tutto per portarmelo a letto. L'ho fatto ubriacare. L'ho drogato. Non ha funzionato. Ma ho continuato a provare, e circa sei anni fa..."
In quel momento apparve Clem: portava a Taylor e a Jude degli altri bicchieri prima di dare il benvenuto ad alcuni ospiti appena arrivati.
"Hai fatto l'amore con Gentle?" chiese Jude.
"Non esattamente. Voglio dire, l'ho più o meno convinto a lasciarsi fare un pompino. Era molto eccitato. Sorrideva con quel suo sorriso... Adoravo quel sorriso. Insomma ero lì," continuò Taylor, lascivo come sempre quando raccontava delle sue conquiste, "che cercavo di farglielo diventare duro, e lui comincia... non so come spiegarlo... credo che si sia messo a parlare in un'altra lingua. Era sdraiato di schiena sul mio letto con i pantaloni alle caviglie e ha cominciato a parlare in qualche altra lingua. Niente di vagamente riconoscibile. Non era spagnolo. Non era francese. Non so cosa, fosse. E sai cosa? A me è scomparsa l'erezione, e a lui è venuta." Rise fragorosamente, ma non per molto. Il sorriso scomparve dal suo viso non appena riprese il racconto. "All'improvviso mi sono reso conto di avere un po' paura di lui. Avevo davvero paura. Non ero in grado di portare a termine quello che avevo cominciato. Mi sono alzato e l'ho lasciato lì, sdraiato con il cazzo dritto a parlare un'altra lingua." Le prese il bicchiere e ne bevve un sorso. Il ricordo lo aveva chiaramente scosso. Aveva il collo chiazzato di rosso, e gli brillavano gli occhi.
"Gli hai mai sentito raccontare una storia simile?" Lei scosse la testa. "Lo chiedo solo perché so che vi siete lasciati molto presto. Mi chiedevo se lui ti aveva fatto andare fuori di testa per qualche motivo."
"No. E soltanto che scopava troppo in giro."
Taylor fece un verso svagato e poi disse: "Sai, adesso mi vengono queste scalmane notturne, e a volte devo alzarmi alle tre del mattino e far cambiare le lenzuola a Clem. Non so se sono sveglio o addormentato per la metà del tempo. Mi tornano in mente ricordi di ogni tipo. Cose a cui non ho pensato per anni. Questa era una di quelle. Lo posso sentire, quando sto seduto in una pozza di sudore. Lo sento parlare come se fosse posseduto."
"E non ti piace?"
"Non so," rispose lui. "Ora i ricordi hanno un significato diverso per me. Sogno mia madre, ed è come se volessi tornare dentro di lei e rinascere. Sogno Gentle, e mi chiedo perché ho lasciato perdere tutti questi misteri della mia vita. Cose che ora è troppo tardi per risolvere. Alla fine è tutto uguale. E io non ho capito niente di niente." Scosse la testa, e contemporaneamente cominciò a piangere silenziosamente. "Mi spiace," disse. "A Natale divento sentimentale. Andresti a chiamare Clem per me? Devo andare in bagno."
"Non ti posso aiutare io?"
"Ci sono cose per cui ho ancora bisogno di Clem. Grazie lo stesso."
"Non c'è di che."
"Anche per aver ascoltato."
Si fece strada fino al punto in cui Clem stava parlando, e lo informò con discrezione della richiesta di Taylor.
"Conosci Simone vero?" disse Clem allontanandosi e lasciando Jude a fare conversazione.
A dire il vero Judith conosceva Simone, anche se non bene, e dopo il colloquio che aveva avuto con Taylor trovò difficile chiacchierare. Ma Simone flirtava in modo eccessivo mentre rispondeva, con una risata profonda per ogni nonnulla, toccandosi il collo come per indicare i punti in cui voleva essere baciata. Jude stava cercando il modo di rifiutare gentilmente, quando, durante una risata particolarmente stravagante, colse lo sguardo di Simone che si dirigeva verso qualcun altro nella folla. Irritata per essere stata usata come paravento per un aggancio, disse: "Chi è lui?"
"Chi è chi?" chiese Simone, arrossendo confusa. "Oh, scusami. È solo che c'è un uomo che continua a fissarmi."
Il suo sguardo ritornò all'anonimo ammiratore, e in quel momento Jude ebbe l'assoluta certezza che se si fosse girata in quel momento avrebbe intercettato lo sguardo di Gentle. Era lì, sempre con gli stessi vecchi trucchetti, a intrecciare sguardi e pronto a portarsi via la più carina non appena si fosse stancato del gioco.
"Perché non ti avvicini e gli parli?" le suggerì Judith.
"Non so se dovrei."
"Puoi sempre cambiare idea se trovi un'offerta migliore."
"Forse lo farò," disse Simone e, senza fare ulteriori tentativi di conversazione, portò la sua risata da un'altra parte.
Jude tentò per almeno due secondi di combattere la tentazione di seguirla con lo sguardo, poi si girò. L'ammiratore di Simone era accanto all'albero di Natale, e stava dando un sorriso di benvenuto all'oggetto dei suoi desideri mentre Simone si faceva largo con il seno attraverso la folla. Non era Gentle, in realtà, ma un uomo che le sembrava di ricordare come il fratello di Taylor. Stranamente sollevata, e irritata con se stessa per questo, si diresse verso il tavolo delle bevande per riempire il bicchiere, poi andò nell'atrio in cerca di aria fresca. Sul pianerottolo c'era un violoncellista che suonava In the Bleak Midwinter, e la melodia e lo strumento sul quale veniva eseguita avevano un effetto melanconico. La porta principale era aperta, e l'aria che entrava faceva venire la pelle d'oca. Judith fece per chiuderla, ma gli altri ascoltatori le sussurrarono discretamente: "Fuori c'è qualcuno che sta male."
Judith scrutò la strada. C'era davvero qualcuno seduto sul bordo del marciapiede, nella posizione di chi si sia rassegnato alle decisioni del proprio stomaco: testa verso il basso, gomiti sulle ginocchia, in attesa del conato successivo. Forse lei fece un suono. Forse lui avvertì semplicemente uno sguardo su di sé, fatto sta che alzò la testa, e si guardò intorno.
"Gentle. Cosa fai lì fuori? "
"Che cosa ti sembra che stia facendo?" L'ultima volta che l'aveva visto non aveva un bell'aspetto, ma adesso era addirittura peggiorato. Smunto, non rasato e cereo per la nausea.
"C'è un bagno, in casa."
"Là sopra c'è una sedia a rotelle," disse Gentle, con uno sguardo quasi superstizioso. "Preferisco star male qui fuori."
Si pulì la bocca con il dorso della mano. Era completamente coperta di colore. In quel momento Judith vide che lo era anche l'altra; e i suoi pantaloni, e la sua camicia.
"Ci hai dato dentro, eh?"
Lui equivocò. "Non avrei dovuto bere proprio niente," disse.
"Vuoi che vada a prenderti dell'acqua?"
"No, grazie. Vado a casa. Vuoi salutare Taylor e Clem da parte mia? Non posso tornare dentro. Sarebbe umiliante." Si alzò in piedi, barcollando. "Sembra che non ci incontriamo mai in condizioni molto piacevoli, no?" soggiunse.
"Forse dovrei accompagnarti a casa. Ti ammazzerai o ammazzerai qualcuno."
"È tutto a posto," disse Gentle, alzando le mani sporche di colori. "Le strade sono vuote. Ce la farò." Iniziò a frugare nella tasca, cercando le chiavi dell'auto.
"Mi hai salvato la vita, lascia che ti restituisca il favore."
Lui la guardò, mentre le palpebre gli si chiudevano. "Forse non è una cattiva idea."
Jude tornò dentro per salutare a nome suo e di Gentle. Taylor era tornato nella sua sedia. Lo scorse prima che fosse lui a vederla. Stava fissando il vuoto con gli occhi vitrei. Nella sua espressione Judith non lesse tristezza, ma una fatica tanto profonda da togliergli tutte le sensazioni tranne, forse, il rammarico per i misteri non risolti. Andò da lui, e spiegò di aver trovato Gentle, che stava male, e che bisognava portarlo a casa.
"Non viene dentro a salutare?" chiese Taylor.
"Penso che abbia paura di vomitare sul tappeto, o su di te, o su entrambi."
"Digli di chiamarmi. Digli che voglio vederlo presto." Prese la mano di Jude, tenendola con una forza sorprendente. "Ti prego, diglielo."
"Lo farò."
"Voglio vedere quel suo sorriso ancora una volta."
"Ci saranno molte altre volte," disse lei.
Taylor scosse il capo. "Una dovrà bastare," replicò dolcemente.
Judith lo baciò e promise di telefonare per avvisare di essere arrivata a casa sana e salva. Mentre si dirigeva verso la porta incontrò Clem e ripeté scuse e saluti.
"Chiamami, se posso fare qualcosa," si offrì.
"Grazie, ma credo che ora si tratti solo di aspettare."
"Allora potremmo aspettare insieme."
"È meglio che siamo solo lui e io," disse Clem. "Ma ti chiamerò." Guardò verso Taylor, che stava ancora una volta fissando il nulla. "E deciso a durare fino a primavera. Ancora una primavera, continua a dire. Non gliene è mai fregato un cazzo dei crochi, finora." Clem sorrise. "Sai che cosa c'è di fantastico?" disse. "Mi sono di nuovo innamorato di lui."
"È stupendo."
"E adesso sto per perderlo, proprio quando mi rendo conto di quello che significa per me. Tu non farai questo errore, vero?" La guardò duramente. "Sai cosa voglio dire."
Lei annuì.
"Bene. Allora è meglio che lo riporti a casa."
II
Le strade erano deserte come aveva previsto, e ci vollero solo quindici minuti per tornare allo studio di Gentle. Non si poteva certo dire che i suoi discorsi fossere del tutto coerenti. Durante il percorso, la conversazione fu piena di vuoti e fratture, come se la sua mente anticipasse la lingua, o la seguisse a distanza. La colpa non era di quello che aveva bevuto. Jude aveva visto Gentle ubriaco d'ogni tipo di alcolico: rideva rumorosamente, a volte era chiassoso e a volte ipocrita. Mai l'aveva visto così, però: con la testa poggiata allo schienale, gli occhi chiusi, a parlare dal profondo di un abisso. Un momento la ringraziava per essersi occupata di lui, e un attimo dopo le diceva di non scambiare il colore sulle sue mani per merda. Non era merda, continuava a ripetere, ma era terra bruciata, e blu di Prussia, e giallo cadmio, ma per qualche ragione, mischiando insieme i colori, qualsiasi colore, alla fine sembravano merda. Questo monologo terminò nel silenzio, dal quale, un minuto o due più tardi, scaturì un nuovo argomento.
"Non posso guardarlo, sai, è così..."
"Chi?" disse Jude.
"Taylor. Non posso guardarlo quando sta così male. Sai quanto odio le malattie."
Lo aveva dimenticato. Era quasi una paranoia per lui, aggravata forse dal fatto che, nonostante trattasse il proprio corpo con scarso riguardo per la sua salute, non solo non si ammalava mai, ma sembrava non invecchiare nemmeno. Senza dubbio il crollo, quando fosse venuto, sarebbe stato disastroso: gli eccessi, le frenesie e il passaggio degli anni si sarebbero fatti sentire tutti in una volta. Ma fino a quel momento, Gentle non voleva che gli venisse ricordata la sua fragilità fisica.
"Taylor morirà, non è vero?" chiese. "Clem pensa che succederà molto presto."
Gentle fece un sospiro profondo. "Dovrei passare un po' di tempo con lui. Una volta eravamo buoni amici."
"Ci sono stati pettegolezzi su voi due."
"Li ha diffusi lui, non io."
"Erano solo pettegolezzi, non è vero?"
"Tu cosa pensi?"
"Penso che tu abbia probabilmente provato ogni esperienza che ti è passata accanto, almeno una volta."
"Non è il mio tipo..." disse Gentle, senza neppure aprire gli occhi.
"Dovresti rivederlo," suggerì Judith. "Presto o tardi dovrai affrontare il decadimento. Succede a tutti."
"Non a me. Quando inizierò a deperire, mi ucciderò. Lo giuro." Strinse a pugno le mani dipinte, e le sollevò al viso, facendo scorrere le nocche sulle guance. "Non lascerò che succeda," concluse.
"Buona fortuna," replicò lei.
Continuarono il viaggio senza più parlare. La presenza passiva di Gentle sul sedile accanto a lei la metteva a disagio. Continuò a pensare alla storia di Taylor, aspettandosi che lui iniziasse a parlare, sciorinando una serie di stramberie. Solo quando annunciò che erano arrivati allo studio si rese conto che lui si era addormentato. Lo fissò per un po': la liscia sommità della sua fronte, la configurazione delicata delle sue labbra. Non c'era dubbio, era ancora infatuata di lui. Ma questo cosa le avrebbe portato? Delusioni e rabbia repressa. Nonostante le parole di incoraggiamento di Clem, era quasi sicura che si trattasse di una causa persa.
Lo svegliò scuotendolo, domandando se poteva andare in bagno prima di andarsene. Si sentiva il punch nella vescica. Gentle era esitante, cosa che la sorprese. Nacque in lei il sospetto che avesse già trasferito nello studio un partner di sesso femminile, qualche uccellino di stagione da farcire a Natale e da buttare a Capodanno. La curiosità la spinse a insistere per entrare. Per quanto fosse riluttante, naturalmente lui non poteva dire di no, e Judith salì le scale domandandosi che aspetto avrebbe avuto questa conquista, ma scoprendo subito dopo che lo studio era vuoto. L'unico compagno di Gentle era il dipinto che gli aveva sporcato a quel modo le mani. Gentle sembrava davvero dispiaciuto che Judith avesse posato gli occhi su di esso, e la spinse verso il bagno, lei ancor più sconcertata di quanto lo sarebbe stata se il suo primo sospetto si fosse rivelato fondato, e una delle conquiste dell'uomo fosse stata davvero in mostra sul divano consunto. Povero Gentle. Diventava ogni giorno più strano.
Judith orinò, e una volta uscita dal bagno scoprì che il dipinto era stato coperto con un lenzuolo macchiato, mentre Gentle appariva furtivo e irrequieto, chiaramente ansioso di farla uscire di lì. Non vedeva il motivo per non essere franca con lui, e disse:
"Stai lavorando a qualcosa di nuovo?"
"Niente di speciale," rispose Gentle.
"Mi piacerebbe vederlo."
"Non è finito."
"Non mi interessa se è un falso," insistette lei. "So che cosa fate tu e Klein."
"Non è un falso," replicò l'altro, con una fierezza nella voce e sul viso che quella sera non gli aveva ancora visto. "E mio."
"Uno Zacharias originale?" commentò lei. "Allora lo devo vedere."
Afferrò lo straccio prima che lui potesse fermarla, e lo lanciò dall'altra parte della tela. Aveva dato solo un'occhiata al quadro quando era entrata, e da una certa distanza. Da vicino, appariva chiaro che Gentle aveva lavorato la tela con ferocia. C'erano punti in cui era stata forata, come se Gentle l'avesse colpita con la spatola o con il manico del pennello; altrove il colore era stato applicato con glutinoso abbandono e poi lavorato con le dita secondo la sua volontà. Tutto questo per assumere l'aspetto di cosa? Due persone, pareva, in piedi a faccia a faccia contro un cielo brutale, la pelle bianca, ma come attraversata da stilettate di colore livido.
"Chi sono quei due?" chiese Judith.
"Quei due?" chiese a sua volta Gentle, quasi sorpreso che lei avesse dato all'immagine quell'interpretazione, e celando poi la propria reazione con un'alzata di spalle. "Nessuno," disse, "solo un esperimento," e riabbassò lo straccio sul dipinto.
"E una commissione?"
"Preferisco non parlarne."
Il disagio di Gentle era stranamente delizioso. Era come un bambino scoperto nel bel mezzo di qualche rito segreto. "Sei pieno di sorprese," disse Judith sorridendo.
"No, non io."
Anche se il dipinto era adesso lontano dagli sguardi, lui continuava a sembrare a disagio, e Judith si rese conto che Gentle non avrebbe più parlato della tela o del suo significato.
"Allora vado," disse.
"Grazie per il passaggio," replicò luì, accompagnandola alla porta.
"Vuoi ancora quel drink?" disse lei.
"Non torni a New York?"
"Non subito. Ti chiamerò tra un paio di giorni. Non dimenticare Taylor."
"Cosa sei, la mia coscienza?" disse Gentle, con una traccia di umorismo troppo lieve per alleggerire il peso della sua risposta, "Non lo dimenticherò"
"Tu lasci il segno sulle persone, Gentle. È una responsabilità che non puoi far fìnta di ignorare."
"D'ora in poi cercherò di essere invisibile," replicò Gentle.
Non l'accompagnò al portone d'ingresso, ma solo fino alle scale, chiudendo la porta dello studio prima che lei avesse disceso una mezza dozzina di scalini. Mentre scendeva, Judith si chiese quale istinto malsano le avesse fatto venire in mente il drink. Comunque, era una cosa facile da evitare, sempre che lui se ne ricordasse.
Una volta per strada, guardò verso il palazzo, per vedere se riusciva a scorgerlo dietro la finestra. Dovette attraversare la strada per farlo, ma dal marciapiede opposto riusciva a vederlo in piedi davanti al dipinto, che aveva nuovamente scoperto. Gentle lo stava fissando, con la testa leggermente alzata. Non ne era certa, ma pareva che le sue labbra si muovessero; come se stesse parlando alla figura sulla tela. Si chiese che cosa stesse dicendo. Stava evocando un'immagine dal caos della tela? E se era così, in quale delle sue ' molte lingue stava parlando?
13
I
Lei aveva visto due persone, ma Gentle ne aveva dipinta una. Non un lui, una lei, un esso, ma loro. Lei aveva guardato l'immagine ed era riuscita a vedere oltre l'intenzione cosciente del pittore; si era spinta fino al suo intento nascosto, fino a ciò che lui aveva celato anche a se stesso. Ora Gentle tornò alla tela e la riguardò con occhi diversi, ed eccoli lì, i due che lei aveva visto. Nella sua frenesia di catturare una qualche impressione di Pie'oh'pah, aveva dipinto l'assassino mentre arrivava dall'ombra (o vi ritornava), un flusso di oscurità che attraversava il centro del suo viso e il torace. Essa divideva la figura da cima a fondo, e i suoi contorni, imperfetti e ridondanti, descrivevano le forme alterne di due profili, incisi in bianco, due metà di ciò che egli aveva inteso come un volto solo. Si fissavano l'un l'altro come amanti, con gli occhi che guardavano avanti alla maniera degli egizi, il resto della testa nascosto dall'ombra. La domanda era: chi erano quei due? Cosa aveva cercato di esprimere mettendo le facce in questo modo, naso contro naso?
Quando lei se ne fu andata, Gentle interrogò il dipinto per diversi minuti, preparandosi nel frattempo a rimettere mano al quadro. Ma quanto fu sul punto di farlo, gli mancò la forza. Le sue mani tremavano, i palmi erano appiccicosi; i suoi occhi riuscivano a stento a mettere a fuoco l'immagine. Si allontanò dal dipinto, timoroso di toccarlo in quello stato di debolezza, per paura di distruggere il poco che era riuscito a ottenere. Un dipinto poteva sfuggire di mano così facilmente. Qualche pennellata sbagliata e una somiglianza (a un viso, al lavoro di un'altro pittore) poteva svanire e non essere più ricatturata. Era meglio lasciar stare per quella sera. Per riposare, augurandosi di recuperare le forze all'indomani.
Sognò la malattia. Era nel suo letto, nudo sotto un sottile lenzuolo bianco, e tremava così forte da battere i denti. La neve cadeva a intermittenza dal soffitto, e non si scioglieva nel toccare la sua carne perché lui era più freddo della neve. Nella stanza c'erano dei visitatori, e tentava di dire loro quanto avesse freddo, ma non aveva più voce, e le parole uscivano come un respiro affannoso, come se egli stesse lottando per il suo ultimo respiro. Iniziò a temere che quella condizione onirica potesse essergli fatale; che la neve e la mancanza di fiato potessero portarlo alla fossa. Doveva agire. Alzarsi dal letto e provare che questo lutto era prematuro.
Con dolorosa lentezza, mosse le mani verso il bordo del materasso nella speranza di riuscire a farsi forza e a sedersi, ma le lenzuola erano viscide del suo sudore, e non poté trovare un appoggio solido. La paura si era tramutata in panico, la disperazione gli provocava nuovi attacchi di affanno, più disperati dei precedenti. Lottava per comunicare con qualcuno, ma la porta della sua stanza era adesso spalancata e quelli che lo piangevano erano spariti passando di lì. Poteva sentirli, in un'altra stanza, che parlavano e ridevano. Ora vide che sulla soglia c'era una chiazza di sole. Fuori era estate. Solo lì c'era un freddo agghiacciante, la cui morsa si stringeva ogni minuto di più. Rinunciò a fare Lazzaro, appoggiò i palmi sul materasso e lasciò che gli occhi gli si chiudessero. Il suono delle voci della stanza accanto si addolcì in un mormorio. Il frastuono del suo cuore scemò. Ma a un tratto si levarono nuovi suoni che lo sostituirono. Fuori stava soffiando il vento, e i rami sbattevano contro le finestre. La voce di qualcuno si levò in preghiera, un'altra singhiozzò semplicemente. A cosa era dovuto quel dolore? Certo non alla sua morte. Era troppo insignificante per meritarsi una simile lamentazione. Aprì nuovamente gli occhi. Il letto era scomparso; così come la neve. Un fulmine colpì un uomo che stava guardando la tempesta.
Gentle udì se stesso dire: "Puoi farmi dimenticare? Hai questo potere?"
"Naturalmente," fu la gentile risposta. "Ma tu non lo vuoi."
"No, ciò che voglio è la morte, ma stanotte ho troppa paura. È questa la vera malattia: la paura della morte. Ma io posso vivere grazie all'oblio. Concedimelo."
"Per quanto tempo?"
"Fino alla fine del mondo"
Un altro lampo fulminò la persona davanti a lui, e poi l'intera scena. Andati; dimenticati. Gentle batté gli occhi per scacciare l'immagine della finestra e della sagoma, e nel farlo passò dal sonno alla veglia.
La stanza era fredda, ma non gelida come il suo letto di morte. Gentle si mise a sedere, fissando dapprima le sue mani sporche, poi la finestra. Era ancora notte, ma poteva sentire il rumore delle auto da Edgware Road, il loro mormorio rassicurante. L'incubo stava già scomparendo, dissolto da suoni e immagini.
Scostò le lenzuola e andò in cucina a cercare qualcosa da bere. Nel frigo c'era un cartoccio di latte. Ne ingoiò il contenuto anche se il latte era quasi andato a male, sapendo che il suo organismo debilitato lo avrebbe probabilmente espulso di lì a poco. Una volta dissetato si pulì la bocca e il mento e tornò a osservare il dipinto, ma l'intensità del sogno dal quale si era appena risvegliato rese vani i suoi sforzi. Non avrebbe evocato l'assassino con quella magia grossolana. Poteva dipingere una dozzina di tele, un centinaio, e non catturare le ambiguità di Pie'oh'Pah. Ruttò, riportando in bocca il gusto del latte avariato. Cosa doveva fare? Rinchiudersi da qualche parte, lasciando che la malattia che portava in sé dal momento in cui aveva visto l'assassino lo consumasse? O fare un bagno, rilassarsi, uscire in cerca di facce da mettere tra sé e i suoi ricordi? Entrambi erano tentativi vani. Esisteva una terza, angosciante, via. Trovare Pie'oh'Pah in carne e ossa: affrontarlo, interrogarlo, saziarsi di lui fino a rimuovere ogni ambiguità.
Continuò a fissare il dipinto mentre valutava questa possibilità. Cosa avrebbe dovuto fare per trovare l'assassino? Anzitutto, interrogare Estabrook. Quello non sarebbe stato un compito troppo gravoso. Poi una ricerca in città, per trovare il posto che Estabrook aveva affermato di non ricordare. Anche questo non sarebbe stato difficile. Meglio del latte acido che altri sogni ancora più amari.
Sapendo che alla luce del giorno avrebbe potuto perdere l'attuale lucidità mentale, e che era meglio precludersi almeno una via di scampo, si avvicinò ai colori, si spremette sulla mano un grasso verme di giallo cadmio, e lo lavorò sulla tela ancora umida. Cancellò immediatamente gli amanti, ma non fu soddisfatto fino a quando non ebbe coperto la tela da un'estremità all'altra. Il colore tentava di mantenere il proprio splendore, ma si deteriorò ben presto, contaminato dall'oscurità che cercava di coprire. Quando Gentle ebbe finito, era come se il suo tentativo di catturare Pie'oh'Pah non fosse mai avvenuto.
Soddisfatto, si allontanò e ruttò ancora. La nausea se ne era andata. Si sentiva stranamente allegro. Forse il latte cagliato gli faceva bene.
II
Pie'oh'Pah era seduto sugli scalini della sua roulotte e fissava il cielo notturno. Nei loro letti, dietro di lui, dormivano moglie e figli adottivi. Nei cielo sopra di lui, le stelle ardevano dietro una cortina di nubi come di sodio. Nel corso della sua vita, raramente si era sentito più solo di adesso. Da quando era tornato da New York si era costantemente scoperto prossimo a una premonizione. Qualcosa sarebbe successo a lui e a questo mondo, ma non sapeva cosa. La sua ignoranza lo addolorava, e non solo perché era indifeso di fronte a quell'evento imminente, ma perché la sua incapacità di comprenderne la natura era una chiara dimostrazione di quanto fossero deteriorate le sue facoltà. I giorni in cui era stato in grado di leggere nell'aria il futuro erano scomparsi per sempre. Era sempre più prigioniero del presente. Anche quel presente, cioè il corpo che occupava, aveva visto giorni migliori. Era passato tanto tempo da quando aveva corrisposto con qualcuno come con Gentle. Ma il desiderio di Gentle era stato sufficiente a risvegliarlo, e il suo corpo ancora fremeva per gli echi dei momenti che avevano trascorso insieme. Anche se era finita male, non si pentiva di aver rubato quei minuti. Un incontro del genere poteva non ripetersi mai più.
Si allontanò dalla roulotte e si diresse verso il confine dell'accampamento. Le prime luci dell'alba stavano cominciando ad allontanare le tenebre. Uno dei cani bastardi del campo, di ritorno da una notte di scorribande, passò tra due pezzi di ferro contorto e andò scodinzolando al suo fianco. Pie'oh'Pah accarezzò il muso del cane, e lo solleticò dietro le orecchie rovinate dalle zuffe, augurandosi di riuscire a trovare con facilità la strada per tornare a casa dal suo maestro.
III
Era stata una ferma convinzione di Esmond Bloom Godolphin, il defunto padre di Oscar e Charles, che per un uomo non dovessero esserci mai troppi luoghi in cui rifugiarsi, e questo era l'unico dei numerosi punti di vista di E.S.G. che avesse influenzato in modo significativo Oscar. Solo a Londra poteva contare almeno su tre rifugi. La casa a Primrose Hill era la sua residenza principale, ma c'era anche un pied à terre a Maida Vale, un piccolo appartamento a Notting Hill, nonché il luogo in cui si trovava attualmente: un magazzino senza finestre nascosto in un dedalo di proprietà abbandonate o semiabbandonate nei pressi del fiume.
Non era un luogo che frequentava con piacere, specialmente non il giorno di Santo Stefano, ma nel corso degli anni si era dimostrato un rifugio sicuro per i due soci di Dowd, gli evacuatori, e ora fungeva da Cappella Funebre per Dowd stesso. Il suo cadavere nudo giaceva sotto un sudario sul freddo cemento, con erbe aromatiche, raccolte e fatte seccare sui pendii dello Jokalaylau, che bruciavano senza fiamma in ciotole poste vicino alla testa e ai piedi, secondo i rituali vietati in quella regione. Gli evacuatori avevano dimostrato poco interesse per l'arrivo del corpo del loro capo. Erano funzionari capaci soltanto di concepire pensieri estremamente rudimentali. Non avevano appetiti fisici: nessun desiderio, né fame né sete, nessuna ambizione. Si limitavano a stare seduti giorno e notte nell'oscurità del magazzino in attesa che Dowd impartisse loro delle istruzioni. Oscar non era affatto a suo agio in loro compagnia, ma non poteva andarsene fino a che quella faccenda non fosse finita. Aveva portato un libro da leggere: un almanacco di cricket che trovava consolante studiare attentamente. Di quando in quando si alzava e riforniva i serbatoi. Non c'era altro da fare che attendere.
Era già trascorso un giorno e mezzo da quando aveva tolto la vita a Dowd in modo spettacolare: una rappresentazione della quale si sentiva giustamente orgoglioso. Ma il corpo che giaceva davanti a lui rappresentava una vera perdita. Dowd era passato in eredità attraverso la discendenza dei Godolphin per due secoli, legato a loro fino alla fine del tempo o della famiglia di Joshua, a seconda di quale fosse arrivata prima. Ed era stato un ottimo servitore. Chi altri poteva miscelare tanto bene un whisky e soda? Chi altri poteva asciugare e cospargere di talco con altrettanta cura gli interstizi tra le dita dei piedi di Oscar, tanto inclini alle infezioni da fungo? Dowd era insostituibile, e il prendere le misure brutali che le circostanze avevano reso necessarie aveva molto addolorato Oscar. Ma egli lo aveva fatto sapendo che, nonostante ci fosse una minima possibilità di perdere il suo servitore per sempre, un'entità come Dowd poteva sopravvivere a uno sventramento, sempre che venissero seguiti prontamente e con precisione i riti di Resurrezione. Oscar conosceva questi riti. Aveva trascorso più di una pigra serata su Yzordderrex sul tetto della casa di Peccable, a osservare la coda della Cometa che spariva dietro alle torri del palazzo del Dittatore, e a parlare di teorie e pratiche di feit, writ, pneumi, uredi eccetera. Sapeva quali olii versare nella carcassa di Dowd, e quali fiori bruciare intorno al corpo. Nella sua stanza dei tesori aveva anche una versione fonetica del rituale, scritta da Peccable stesso, nel caso in cui a Dowd fosse capitato qualche guaio. Non aveva idea di quanto tempo ci sarebbe voluto, ma non era tanto sciocco da spiare sotto al lenzuolo per vedere se il pane della vita stesse lievitando. Poteva soltanto aspettare il momento buono, e sperare di aver eseguito con esattezza tutto ciò che era necessario.
Alle quattro e quattro minuti ebbe una prima conferma. Da sotto il lenzuolo venne un respiro soffocato, e un secondo più tardi Dowd si mise a sedere. Il movimento fu tanto improvviso, e dopo tanto tempo così inaspettato, che Oscar venne preso dal panico, e rovesciò la sedia alzandosi, mentre l'almanacco gli cadeva di mano. Durante la sua vita aveva visto molte cose che quelli del Quinto avrebbero definito miracolose, ma non in un luogo lugubre come quello, con l'opprimente mondo di tutti i giorni fuori della porta. Ricomponendosi, cercò di trovare una parola di benvenuto, ma la sua bocca era tanto secca che avrebbe potuto usare la lingua come carta assorbente. Non riuscì a far altro che rimanere lì, con gli occhi fissi e la bocca aperta, sbalordito. Dowd si era tolto il lenzuolo dalla faccia e stava studiando la mano con la quale aveva compiuto il gesto, e lo sguardo vuoto quanto gli occhi degli evacuatori seduti contro il muro di fronte.
Ho fatto un errore terribile, pensò Oscar. Ho riportato il corpo, ma l'anima non c'è più; oh Cristo, e adesso?
Dowd continuò a guardare fisso, privo di espressione. Poi, come un burattino nel quale venga inserita una mano, dando a una cosa inanimata l'illusione della vita e di decisioni indipendenti, alzò la testa, e il suo viso si animò di colpo. Era rabbia. Strinse gli occhi, e parlò scoprendo i denti.
"Mi ha fatto un grave torto," disse. "Un terribile torto."
Oscar masticò una saliva densa come fango. "Ho fatto ciò che ho ritenuto necessario," replicò, deciso a non farsi intimorire dalla creatura. Sapeva che Joshua lo aveva obbligato a non far mai del male a un Godolphin, per quanto potesse desiderarlo in quel momento.
"Che cosa le ho mai fatto, per essere umiliato in questo modo?" chiese Dowd.
"Dovevo provare la mia lealtà alla Tabula Rasa. Tu capisci perché."
"E io devo continuare a essere umiliato?" chiese lui. "Non posso almeno avere qualcosa da indossare?"
"Il tuo vestito è macchiato."
"Meglio di niente," replicò Dowd.
Gli indumenti giacevano per terra a pochi passi da dove era seduto Dowd, ma questi non si mosse per raccoglierli. Rendendosi conto che Dowd stava valutando la portata del rimorso del suo padrone, ma deciso a fare il suo gioco almeno per un po', Oscar raccolse gli indumenti e li appoggiò vicino a Dowd.
"Sapevo che un coltello non ti avrebbe ucciso," disse.
"È più di quanto sapessi io," replicò Dowd. "Ma non è questo il punto. Avrei fatto la mia parte, se era quello che voleva lei. Felicemente, servilmente. L'avrei fatto e sarei morto per lei." Il suo tono era quello di un uomo offeso profondamente e in modo irreparabile. "Invece lei cospira contro di me. Mi fa soffrire come un criminale comune."
"Non potevo rischiare che sembrasse una finzione. Se avessero sospettato che era tutto organizzato..."
"Ah, capisco," replicò Dowd. Senza volerlo, con la sua giustificazione Oscar gli aveva arrecato un'offesa ancor più grave. "Lei non si fidava del mio istinto di attore. Io ho recitato ogni ruolo principale scritto da Quexos. Commedie, tragedie, farse. E lei non si è affidato a me per una piccola insignificante scena di morte!"
"D'accordo, ho sbagliato."
"Pensavo che il coltello facesse male. Ma questo..."
"Per favore, accetta le mie scuse. Sono stato grossolano e ti ho fatto del male. Come posso rimediare? Dillo, Dowdy. Sento di aver tradito la fiducia che c'era tra di noi e devo in qualche modo farmi perdonare. Qualunque cosa tu voglia, basta che tu lo dica."
Dowd scosse il capo. "Non è così facile."
"Lo so. Ma è un inizio. Dillo."
Dowd considerò l'offerta per un minuto intero, fissando il muro nudo, e senza degnare di uno sguardo Oscar. Infine disse:
"Comincerò con l'assassino, Pie'oh'Pah."
"Cosa te ne fai di un mystif?"
"Voglio tormentarlo. Voglio umiliarlo. E infine, voglio ucciderlo."
"Perché?"
"Lei mi ha offerto tutto quello che volevo. Dillo, ha detto. Io l'ho detto."
"Allora hai carta bianca per fare tutto quello che desideri," disse Oscar. "È tutto?"
"Per ora," rispose Dowd. "Sono sicuro che mi verrà in mente qualcos'altro. La morte mi ha messo in testa delle idee strane. Ma gliele dirò col passare del tempo."
14
I
Forse per Gentle avrebbe potuto essere difficile ottenere da Estabrook i dettagli sul viaggio notturno che lo aveva portato da Pie'oh'Pah, ma certo non così difficile come riuscire a incontrarlo. Andò a casa sua verso mezzogiorno e trovò che le tende di tutte le finestre erano state tirate meticolosamente. Bussò e suonò il campanello per diversi minuti, ma non ottenne risposta. Pensando che Estabrook fosse andato a fare una passeggiata digestiva, lasciò perdere e si mise in cerca di qualcosa da mettere nello stomaco. Era il giorno di Santo Stefano e, naturalmente, non c'erano bar o ristoranti aperti, ma Gentle individuò un piccolo supermarket gestito da una famiglia di pakistani che stavano facendo ottimi affari fornendo ai cristiani pane raffermo. Nonostante la merce fosse scomparsa dalla maggior parte degli scaffali, il negozio aveva ancora una scorta allettante per la carie dentaria, e Gentle uscì con cioccolato, biscotti e torta per soddisfare la propria golosità. Trovò una panchina e si sedette per placare la fame. La torta era troppo inzuppata di liquore e pesante per i suoi gusti, così la ruppe in pezzetti che gettò ai piccioni attirati dal suo pranzo. La notizia che lì c'era del cibo si diffuse in un baleno, e quello che era cominciato come un intimo picnic si tramutò velocemente in un alterco litigioso. Anziché rabbonire la moltitudine gettandole pani e pesci, Gentle lanciò il resto dei suoi biscotti in mezzo ai convitati, e ritornò alla casa di Estabrook accontentandosi del cioccolato. Mentre si avvicinava, scorse un movimento presso una delle finestre al piano superiore. Questa volta non si diede la pena di bussare o suonare, ma gridò semplicemente verso la finestra.
"Ti voglio parlare, Charlie! So che ci sei. Apri!"
Poiché Estabrook non diede alcun segno di vita, Gentle gridò più forte. Essendo un giorno di festa, il traffico non rischiava davvero di coprire la sua voce. Il suo grido fu uno squillo di tromba.
"Dai, Charlie, apri... o vuoi che racconti ai tuoi vicini del nostro piccolo accordo?"
Questa volta la tenda venne spostata, e Gentle riuscì a vedere Estabrook. Ma fu solo un lampo, perché la tenda venne richiusa un attimo dopo. Gentle attese, e proprio quando stava per rimettersi a urlare, la porta d'ingresso si aprì. Apparve Estabrook, scalzo e pelato. Quella testa calva fu uno shock per Gentle che non immaginava che l'uomo portasse un parrucchino. Senza di esso la sua faccia era tonda e bianca come un piatto, e i suoi tratti stavano su quel piatto come la colazione di un bambino. Occhi come uova, un naso a pomodoro, labbra come salsicce; il tutto sguazzante nel grasso della paura.
"Era ora che parlassimo," disse Gentle, ed entrò senza aspettare di essere invitato.
Non perse tempo, mettendo in chiaro fin dal principio che la sua non era una visita di piacere. Aveva bisogno di sapere dove trovare Pie'oh'pah, e non aveva intenzione di farsi fermare dalle scuse. Per aiutare la memoria di Estabrook aveva portato con sé una consunta cartina di Londra. La posò sul tavolo tra di loro.
"Ora," disse, "staremo seduti qui fino a che lei non mi avrà detto dove è andato quella notte. E se mi mente, giuro che torno e le spezzo il collo."
Estabrook non finse di essere confuso. Il suo atteggiamento era quello di un uomo che aveva trascorso giorni e giorni nella paura di un rumore fuori della porta, e ora si sentiva sollevato dal fatto che quel rumore fosse finalmente arrivato, e che il suo visitatore fosse un semplice umano. I suoi occhi a uovo parevano costantemente sul punto di rompersi, e le sue mani tremavano mentre sfogliava le pagine dello stradario, mormorando che non era sicuro di niente, ma che avrebbe cercato di ricordare. Gentle non fece troppa pressione, ma lasciò che l'uomo ripercorresse con la memoria l'itinerario, seguendolo con il dito sulla piantina.
Erano passati per Lambeth, Kennington e Stockwell. Non ricordava di aver sfiorato Clapham Common, perciò pensò che fossero andati a est, verso Streatham Hill. Ricordava una chiesa, e cercò sulla cartina una croce che contrassegnasse il luogo. Ce n'erano diverse, ma una sola era vicina all'altro punto di riferimento che ricordava, la linea ferroviaria. Da lì, disse di non essere più in grado di offrire altre indicazioni sulla direzione, ma solo una descrizione del luogo: il recinto in lamiera ondulata, le roulotte, i fuochi.
"Lo troverà," disse.
"Sarà meglio," replicò Gentle.
Fino a quel momento non aveva ancora raccontato a Estabrook nulla delle circostanze che lo avevano ricondotto lì, per quanto l'uomo avesse chiesto parecchie volte se Judith era viva e stava bene. Lo chiese ancora.
"Per favore me lo dica," implorò. "Io sono stato sincero con lei, glielo giuro. Non mi può dire, per favore, come sta lei?"
"È viva e vegeta," rispose Gentle.
"Ha mai parlato di me? Deve averlo fatto. Che cosa ha detto? Le ha detto che l'amo ancora?"
"Non sono il suo ruffiano," tagliò corto Gentle. "Glielo dica lei. Se riesce a convincerla a parlarle."
"Che cosa devo fare?" chiese Estabrook. Afferrò il braccio di Gentle. "Lei è un esperto di donne, non è vero? Lo dicono tutti. Che cosa posso fare per farmi perdonare?"
"Le mandi le sue palle. Probabilmente questo la soddisferà," ironizzò Gentle. "Non credo che si accontenterebbe di qualcosa di meno."
"Lei pensa che sia divertente."
"Cercare di far ammazzare la propria moglie? No, non credo che sia molto divertente. Cambiare idea, e poi volere che tutto torni come prima: questo sì che è divertente."
"Aspetti di amare qualcuno come io amo Judith. Sempre che ne sia capace, cosa di cui dubito. Aspetti di desiderare qualcuno tanto che la sua salute mentale dipenda da questo. Allora imparerà."
Gentle non rispose. Era troppo vicino alla condizione descritta da Estabrook per confessarlo apertamente, anche a se stesso. Ma una volta uscito da quella casa, con la cartina in mano, non riuscì a trattenere un sorriso di piacere per quello che lo aspettava. Stava già imbrunendo, mentre il pomeriggio invernale chiudeva la sua mano sulla città. Ma l'oscurità era complice degli amanti, anche se la stessa cosa non si poteva dire del mondo.
II
A mezzogiorno, il disagio della notte precedente non si era affatto alleviato, e Pie'oh'pah suggerì a Theresa di lasciare l'accampamento. L'idea non venne accolta con entusiasmo. Il neonato aveva il raffreddore, e non aveva smesso di piangere da quando si era svegliato; anche l'altro bambino era febbricitante. Non era il momento di spostarsi, disse Theresa, anche ammesso che sapessero dove andare, il che non era putroppo vero. Porteremo con noi la roulotte, replicò Pie; andremo solo appena fuori città. Verso la costa, forse, dove i bambini avrebbero potuto respirare un po' d'aria più pulita. A Theresa l'idea piacque. Domani, disse, o dopodomani, ma non ora.
Pie continuò però a insistere fino a che lei non gli chiese per quale motivo era tanto nervoso. Ma a questo non aveva una risposta; almeno nessuna di quelle che lei avrebbe voluto sentire. Lei non sapeva nulla della sua natura, né lo interrogava mai sul suo passato. Pie era solamente colui che provvedeva al loro sostentamento. Un qualcuno che forniva il cibo ai suoi bambini e che la teneva abbracciata di notte. Ma la sua domanda era rimasta sospesa nell'aria, così Pie'oh'Pah rispose come meglio poteva.
"Ho paura per noi," disse.
"È quel vecchio, vero?" chiese Theresa. "Quello che è venuto a cercarti? Chi era?"
"Voleva che gli facessi un lavoro."
"E tu l'hai fatto?"
"No."
"Così pensi che tornerà?" disse lei. "Gli aizzeremo contro i cani."
Faceva bene sentirsi suggerire delle soluzioni tanto semplici, anche se ora come ora non servivano a risolvere il problema. La sua anima mystif era a volte fin troppo attratta dalle ambiguità che rispecchiavano la sua vera natura. Ma quella donna lo teneva a freno; gli ricordava che aveva assunto un viso e una funzione, e in questa sfera umana, un sesso; che, per quanto la riguardava, lui apparteneva al mondo stabile dei bambini, dei cani e delle bucce d'arancia. In circostanze così difficili non c'era posto per la poesia; non c'era tempo tra la dura alba e l'inquieto tramonto per il lusso del dubbio o della speculazione.
Adesso era arrivato un altro di quei tramonti, e Theresa stava mettendo i suoi adorati a letto nella roulotte. Dormivano bene. Pie ricordava una formula magica che risaliva ai giorni del suo potere: un modo di dire certe preghiere dentro un cuscino, così da addolcire i sogni di chi vi avesse posato la testa. Il suo Maestro ne aveva chiesto spesso il conforto, e Pie la usava ancora, duecento anni più tardi. Anche in quel momento Theresa stava poggiando le teste dei suoi bambini su un piumino soffuso di ninnenanne, nascoste lì per guidarli dal mondo oscuro verso la luce.
Il bastardo che aveva incontrato al limitare del campo poco prima dell'alba stava abbaiando furiosamente, e lui gli si avvicinò per calmarlo. Vedendolo arrivare, il cane tirò la catena, raschiando nella sporcizia per avvicinarglisi di più. Il suo proprietario era un uomo con il quale Pie aveva pochi contatti; uno scozzese collerico che brutalizzava l'animale ogni volta che riusciva a prenderlo. Pie si accovacciò per zittire la creatura, temendo che il fracasso potesse indurre il padrone a interrompere la sua cena. Il cane obbedì, ma continuò a dare zampate impermalite a Pie. Moriva dalla voglia di essere staccato dalla catena.
"Cosa c'è che non va, bellissimo?" gli disse Pie, grattandolo dietro le orecchie martoriate dalle zuffe. "Hai un'amichetta là fuori?"
Guardò il perimetro mentre parlava, e vide di sfuggita una figura nascondersi nell'ombra dietro una delle roulotte. Anche il cane aveva visto l'intruso. Ricominciò ad abbaiare. Pie si rialzò in piedi.
"Chi c'è?" chiese.
Un suono dall'altra parte dell'accampamento attirò immediatamente la sua attenzione: acqua versata per terra. No, non acqua. L'odore che raggiunse le sue narici era di benzina. Guardò nuovamente verso la sua roulotte. L'ombra di Theresa si proiettava sulla persiana, mentre, con la testa scoperta, spegneva la lampada sul comodino accanto al letto dei bambini. L'odore veniva anche da quella direzione. Pie si abbassò e liberò il cane.
"Vai amico! Vai! Vai!"
Il cane corse abbaiando verso una figura che stava scappando attraverso un'apertura nel recinto. Contemporaneamente, Pie corse verso la propria roulotte, gridando il nome di Theresa.
Dietro a lui, qualcuno gli urlò di fare silenzio là fuori, ma le imprecazioni rimasero monche, cancellate dal rombo e dal bagliore del fuoco, due eruzioni gemelle che accesero l'accampamento da un'estremità all'altra. Pie udì Theresa gridare; vide le fiamme sollevarsi sopra e attorno alla sua roulotte. Il combustibile versato era solo una miccia. Prima che avesse percorso dieci metri, la carica principale esplose direttamente sotto al veicolo, con forza sufficiente a sollevarlo dal suolo e farlo cadere sul fianco.
Pie venne investito da un'ondata solida di calore. Quando riuscì a rimettersi in piedi la roulotte era una lastra solida di fiamme. Gettandosi attraverso l'aria rovente, in mezzo al rogo, Pie udì un altro grido, singhiozzato, e si rese conto che era suo; un suono che aveva dimenticato di poter produrre, ma che era sempre uguale a se stesso, dolore su dolore.
Gentle aveva appena individuato la chiesa che aveva costituito l'ultimo punto di riferimento di Estabrook, quando la strada davanti a lui venne illuminata a giorno, come se il sole fosse sorto all'improvviso per incenerire la notte. La macchina davanti alla sua sterzò bruscamente, e Gentle riuscì a evitare la collisione solo a prezzo di salire sul marciapiede, fermando bruscamente la sua auto a pochi centimetri dal muro della chiesa.
Scese velocemente e si diresse a piedi verso l'incendio; girato l'angolo, si trovò direttamente in mezzo al fumo che cambiava continuamente direzione mentre lui correva, concedendogli solo pochi sprazzi visivi della sua destinazione. Scorse un recinto di lamiera ondulata e, oltre, una moltitudine di roulotte, la maggior parte delle quali era già in fiamme. Anche se non avesse avuto la descrizione di Estabrook per individuare il posto dove abitava Pie'oh'pah, il fatto che fosse stato distrutto glielo confermava. La morte lo aveva preceduto come un'ombra proiettata da una vampata dietro di lui, un'incendio ancora più luminoso di quello che aveva davanti. La sua conoscenza di quest'altro cataclisma, quello del passato, era stata parte del rapporto tra lui stesso e l'assassino fin dall'inizio. La scintilla era scoccata la prima volta che si erano parlati sulla Quinta Avenue; aveva acceso la furia che lo aveva indotto a lottare con la tela del suo quadro; ed era divampata luminosa nei suoi sogni, in quella stanza che aveva inventato (o ricordato) quando aveva implorato Pie di farlo dimenticare. Che cosa avevano vissuto insieme, di tanto terribile da fargli voler dimenticare la sua intera vita piuttosto che vivere con quel ricordo? Qualunque cosa fosse, la sua eco risuonava in quella nuova calamità, ed egli si augurò di tutto cuore di poter ricuperare la memoria per ricordare il crimine che aveva commesso e che infliggeva a degli innocenti una punizione come quella.
L'accampamento era un inferno, il vento soffiava sulle fiamme che a loro volta provocavano altro vento. Contro quella conflagrazione Gentle disponeva soltanto di piscio e sputo ma continuò a correre in quella direzione, con gli occhi che lacrimavano per il fumo, non sapendo quali fossero le sue possibilità di sopravvivenza, sicuro solo che Pie fosse da qualche parte in quella tempesta di fuoco e che perderlo ora sarebbe stato come perdere se stesso.
C'erano dei sopravvissuti; ma pochi. Passò loro accanto mentre correva verso l'apertura del recinto attraverso la quale erano fuggiti. Il suo percorso era a tratti nitido, ora confuso a seconda se il vento soffiava nella sua direzione un fumo soffocante, o lo portava invece lontano. Gentle si tolse la giacca di pelle e se la gettò sul capo come rudimentale protezione dal calore, poi si tuffò attraverso il varco nella lamiera. Di fronte a lui c'era una fiamma compatta, che rendeva inaccessibile il passaggio. Tentò alla propria sinistra e trovò una via tra due veicoli in fiamme. Passandoci in mezzo, con l'odore intenso di pelle bruciata che era già penetrato nelle sue narici, si trovò nel mezzo del campo, in uno spazio relativamente privo di materiale combustibile, e perciò di fuoco. Ma da ogni lato, le fiamme erano ormai alte. Solo tre delle roulotte non erano incendiate, e il vento che soffiava avrebbe presto portato il fuoco nella loro direzione. Non poteva sapere quanti degli occupanti il campo fossero riusciti a scappare prima che le fiamme attecchissero, ma era sicuro che non ci sarebbero stati altri fuggiaschi. Il calore era quasi insopportabile. Lo colpiva da ogni lato, cuocendo i suoi pensieri fino all'incoerenza. Ma Gentle rimase concentrato sulla creatura che era venuto a cercare, determinato a non allontanarsi dall'incendio finché non avesse avuto quel viso tra le mani, o avesse saputo con certezza che era ormai cenere.
Un cane apparve dal fumo, abbaiando rabbiosamente. Mentre correva verso di lui, una nuova eruzione di fuoco spinse nuovamente l'animale verso il punto da cui era venuto, aumentando il suo panico. Non sapendo dove andare, Gentle ne seguì la coda attraverso il caos, chiamando Pie mentre correva, anche se ogni boccata d'aria era più calda della precedente, e dopo alcune invocazioni il nome era ridotto a un suono aspro. Nel fumo aveva perso il cane, e al tempo stesso il senso dell'orientamento. Anche se la strada era ancora chiara, non sapeva più dove si trovava. Il mondo era fuoco da ogni parte.
Ma ecco che sentì nuovamente il cane abbaiare davanti a sé, e pensando a quella come all'unica vita che sarebbe riuscito a sottrarre all'orrore, corse a cercarlo. Dai suoi occhi quasi accecati dal fumo scendevano lacrime; riusciva a malapena a mettere a fuoco il terreno sul quale stava incespicando. Il cane aveva nuovamente smesso di abbaiare, lasciandolo senza una traccia. Poteva soltanto andare avanti, sperando che il silenzio non significasse che l'animale era morto. Poi lo vide davanti a sé, acquattato in preda al terrore.
Mentre tirava un respiro per chiamarlo vide una figura dietro di esso uscire dal fumo. Il fuoco aveva lasciato il segno su Pie'oh'pah, ma almeno era vivo. I suoi occhi, come quelli di Gentle, grondavano lacrime. C'era del sangue sulla sua bocca e sul collo e, tra le sue braccia, un misero fagotto.
"Ce ne sono altri?" gridò Gentle.
La risposta di Pie fu un'occhiata dietro di sé, verso un mucchietto di detriti che una volta era stata una roulotte. Anziché rispondere e costringersi a respirare ancora, cosa che gli avrebbe arrostito i polmoni, Gentle si diresse verso il falò, ma venne intercettato da Pie che gli passò il fagottino.
"Prendila," disse.
Gentle gettò via la giacca e afferrò la bambina.
"Adesso esci!" ordinò Pie. "Io ti seguo."
Non attese per vedere se le sue istruzioni venivano eseguite, ma si girò verso i detriti.
Gentle guardò la bambina che stava portando. Era insanguinata e annerita; sicuramente morta. Ma forse la vita poteva essere insufflata di nuovo in quel corpicino se lui fosse stato abbastanza veloce. Qual era la via più breve verso la salvezza? La strada per la quale era venuto era adesso bloccata, e il terreno davanti a lui era ingombro di rottami roventi. Tra la destra e la sinistra scelse la sinistra, perché udì il suono indistinto di qualcuno che fischiava da quella parte nel fumo: era la prova che là si poteva almeno respirare.
Il cane lo seguì, ma solo per pochi passi. Poi arretrò di nuovo, nonostante l'aria si rinfrescasse a ogni passo e, tra le fiamme, fosse già visibile un passaggio. Visibile, ma non sgombro. Mentre Gentle si muoveva in quella direzione, una figura apparve da dietro uno dei falò. Era il fischiatore, ancora intento alla sua attività, nonostante i capelli gli stessero andando a fuoco e le mani, che innalzava dinanzi a sé, fossero ridotte a moncherini fumanti. Improvvisamente il fischiatore girò la testa, e guardò verso Gentle.
Il motivetto che fischiava era privo di fascino, ma dolce in confronto al suo sguardo. I suoi occhi parevano specchi che riflettessero il fuoco: ardevano e fumavano. Gentle capì che si trattava dell'incendiario, o di uno di loro. Era per questo che fischiava mentre bruciava: era nel suo paradiso. Non tentò di mettere le sue mani carbonizzate su Gentle o sulla bambina, ma continuò a camminare nel fumo, girando contemporaneamente lo sguardo verso le fiamme, e lasciando a Gentle lo spazio per raggiungere l'esterno.
L'aria fresca era inebriante e lo stordì, lo fece inciampare. Gentle teneva stretta la bambina: il suo solo pensiero era di portarla fuori sulla strada, compito in cui venne aiutato da due pompieri dotati di maschere che lo avevano visto avvicinarsi e gli erano venuti incontro, con le braccia tese. Uno afferrò la bambina, l'altro sostenne Gentle quando le gambe gli cedettero all'improvviso.
"C'è gente viva là dentro!" disse, indicando il fuoco. "Dovete tirarli fuori!"
Il suo salvatore non lasciò il fianco di Gentle fino a quando non riuscì a portarlo oltre il recinto e sulla strada. Poi ci furono altre braccia a occuparsi di lui. Portantini dell'ambulanza con lettighe e coperte, che gli dissero che adesso era al sicuro e che tutto sarebbe andato bene. Ma non era vero, non fino a quando Pie fosse rimasto prigioniero del fuoco. Gentle si tolse la coperta di dosso e rifiutò la maschera a ossigeno che erano pronti a premergli sul viso, insistendo che non voleva aiuto. Con tanti altri che avevano bisogno di loro, i portantini non persero tempo a cercare di persuaderlo, ma andarono ad aiutare tutti quelli che stavano ancora piangendo e gridando da ogni parte. Erano i fortunati che avevano ancora una voce per urlare. Gentle vide altri che venivano portati lì vicino e ormai non si lamentavano più, e altri ancora che giacevano sul marciapiede, con le membra annerite che sporgevano scomposte sotto sudari improvvisati. Girò le spalle a quell'orrore e si diresse verso l'estremità dell'accampamento.
Stavano abbattendo il recinto per permettere ai manicotti antincendio, che ingombravano la strada come serpenti, di arrivare al fuoco. I motori pompavano rombando e le luci rotanti blu quasi scomparivano di fronte alla luminosità dell'incendio. Alla luce di quella fiamma Gentle vide che si era radunata a guardare una discreta folla. Ci fu un applauso quando il recinto venne abbattuto, provocando con la sua caduta vampate di scintille. Si avvicinò ai vigili del fuoco che avanzavano in quella conflagrazione, portando i loro manicotti verso il cuore del fuoco. Quando ebbe percorso circa metà del perimetro del campo fino a trovarsi dalla parte opposta del passaggio che i vigili del fuoco avevano aperto, le fiamme si stavano già ritirando in alcuni punti, mentre fumo e vapore si sostituivano alla loro furia.
Gentle osservò dal suo nuovo punto di osservazione i pompieri farsi strada, sperando di intravedere qualche traccia di vita, fino a che l'apparizione di altre due macchine e di un ulteriore gruppo di vigili del fuoco lo fece tornare indietro al punto dal quale era partito.
Non c'era segno di Pie'oh'pah, né tra quelli portati fuori a braccia dall'incendio né tra quei pochi sopravvissuti che, come Gentle, avevano rifiutato di farsi portare via per essere curati. Il fumo provocato dalla rapida sconfitta del fuoco stava aumentando, e quando Gentle tornò alle file sul marciapiede che erano nel frattempo raddoppiate, l'intera scena era a malapena visibile attraverso la grigia cappa. Guardò in basso verso le forme avvolte nei sudari. Una di loro era Pie'oh'pah?
Avvicinandosi alla più vicina sentì una mano posarsi sulla sua spalla, e giratosi si trovò davanti un poliziotto il cui aspetto era quello di un giovane sopranista, tanto leccato quanto afflitto.
"Lei non è quello che ha portato fuori la bambina?" chiese.
"Sì. Sta bene?"
"Mi dispiace amico. Purtroppo è morta. Era sua figlia?"
Gentle scosse il capo. "C'era qualcun altro. Un negro con i capelli lunghi e ricci. Aveva del sangue sul viso. È uscito di qui?"
L'altro assunse un tono formale: "Non ho visto nessuno che corrispondesse a questa descrizione."
Gentle guardò indietro verso i corpi sul marciapiede.
"È inutile guardare lì," disse il poliziotto. "Ora sono tutti neri, qualunque fosse il colore che avevano prima."
"Devo guardare," insisté Gentle.
"Le dico che non ha senso. Non li riconoscerebbe. Perché non lascia che la porti all'ambulanza? Ha bisogno di farsi dare un'occhiata."
"No. Devo continuare a cercare," disse Gentle, e stava per andarsene quando il poliziotto gli afferrò il braccio.
"Credo che per il suo bene sia meglio che lei stia lontano dal recinto," disse. "C'è pericolo di esplosioni."
"Ma potrebbe essere ancora là dentro."
"Se è lì, credo che ormai sia andato. Non ci sono molte possibilità che qualcun altro ne esca vivo. Lasci che la porti fino al cordone di polizia. Può guardare da là."
Gentle si scrollò di dosso la mano dell'uomo.
"Ci vado da me," disse. "Non ho bisogno di una scorta."
Ci volle un'ora per riuscire a sedare l'incendio, ma ormai non era rimasto più molto da consumare. Durante quell'ora, tutto ciò che Gentle poté fare fu aspettare dietro al cordone e guardare, mentre le ambulanze andavano e venivano, portando via prima gli ultimi feriti e poi i cadaveri. Come aveva previsto il sopranista, non vennero estratte altre vittime, vive o morte, ma Gentle attese finché anche gli ultimi arrivati tra la folla se ne furono andati e il fuoco venne quasi completamente spento. Solo quando gli ultimi vigili del fuoco emersero da quel forno crematorio e le pompe vennero chiuse, Gentle rinunciò a sperare. Erano quasi le due del mattino. Le sue membra erano rotte dalla stanchezza, ma sembravano leggere in confronto all'oppressione che sentiva nel petto. La pesantezza del suo cuore non era un'immagine poetica: sembrava che la sua pompa fosse divenuta di piombo e gli stesse frantumando le carni.
Gentle tornò all'auto e udì nuovamente il fischio, il medesimo suono discordante che galleggiava nell'aria sporca. Smise di camminare e si girò in tutte le direzioni cercandone la fonte, ma il fischiatore era già lontano, e Gentle era troppo stanco per dargli la caccia. Se lo avesse fatto, pensò, se lo avesse preso per i risvolti della giacca minacciando di rompergli le ossa bruciate, a cosa sarebbe servito?
Anche se le minacce lo avessero convinto a parlare (ma il dolore era probabilmente il nutrimento quotidiano per una creatura che fischiava mentre andava a fuoco), Gentle non sarebbe stato comunque in grado di comprendere la sua risposta, come non era riuscito a interpretare la lettera di Chant: e per gli stessi motivi. Erano entrambi fuggitivi che provenivano dallo stesso paese sconosciuto, un paese di cui New York aveva sfiorato i confini; lo stesso mondo che venerava come dio Hapexamendios, e che aveva generato Pie'oh'pah. Presto o tardi avrebbe trovato il modo di ottenere l'accesso a quel mondo, e quando ciò fosse successo, tutti i misteri sarebbero stati chiariti: il fischiatore, la lettera, l'amante. Avrebbe persino risolto il mistero che radendosi incontrava tutte le mattine nello specchio; il viso che fino a poco tempo prima pensava di conoscere bene, ma di cui ora si rendeva conto di aver dimenticato la chiave. L'avrebbe ricordata solo con l'aiuto di dèi ancora sconosciuti.
III